Il Tirreno

Prato

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Ventotto anni di "scandaloso" Pecci - Foto

di Riccardo Tempestini
Ventotto anni di "scandaloso" Pecci - Foto

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PRATO. Nell’elenco delle 80 mostre allestite nel “vecchio” Centro Pecci, in 28 anni di vita, ce ne sono alcune che hanno avuto particolare rilevanza sui media, spesso per motivazioni “extraculturali”. Ecco le più eclatanti, cominciando dalla personale dell’americano Vito Acconci, dal gennaio 1992, per 7.000 visitatori, con Amnon Barzel come direttore e Massimo Bellandi presidente, Le colorate bambole gonfiabili, titolate da Acconci, “centro di piacere domestico”, erano sistemate in pose «estreme», suscitando le rimostranze dei cattolici locali, anche per l’invito dell’artista a “provarle”, ma soprattutto per la descrizione sul catalogo, fin troppo dettagliata nella spiegazione dell’uso.

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Proseguendo, sotto la direzione di Ida Panicelli, dal marzo 1992 fu allestita la collettiva “Inside out”, con una bellissima giovane in nudo integrale, sfilare fra i visitatori nella performance di Fabio Mauri. Invece per motivi logistici, furono i ponteggi tirati su dal giapponese Kawamata, nei vicoli del centro storico, a provocare le inevitabili proteste dei residenti. Ma la mostra che ha fatto più clamore fu la personale di Robert Mapplethorpe,  23mila visitatori la seconda più vista, curata da Germano Celant, arrivata al Pecci nel settembre 1993 (direttrice Ida Panicelli). Le foto provocarono le dimissioni del vicepresidente del museo Antonio Lucchesi, mentre la sezione più “spinta” della mostra fu vietata ai minori. Titoli di giornali nel 1996 anche per le proteste degli animalisti per i merli indiani chiusi in gabbia da Jannis Kounellis per la collettiva “Ars aevi», con Bruno Corà direttore, che portarono alla denuncia del Wwf per maltrattamenti agli animali. Sempre per un’opera di Kounellis, stavolta nella grande personale curata da Corà del 2001, le proteste dei lettori per le costate di manzo appese ad un gancio, che poi finivano al macero.

Grande clamore però l’anno prima per l’antologica con 16 mila foto di Araki, non solo per la lunghissima serie di foto hard di prostitute orientali , ma soprattutto per le drammatiche foto della moglie nuda morente per un tumore ad appena 30 anni. In un’ intervista sul Tirreno Araki confessò «il sesso è tutto, senza sesso tutto è freddo. Senza sesso si perde la vita». E per chiudere la curiosa lista ecco la celeberrima “cloaca turbo” del belga Wim Delvoye, con il francese Daniel Soutiff direttore nel 2003, per soli 7 mila visitatori. Una macchina molto complessa che veniva nutrita con verdura e altri ingredienti, una volta preparati da uno chef dell’Enoteca Angiolo Barni. “Storico” il titolo su il Tirreno: “Un trapianto per la cloaca”, quando fu sostituito un pezzo di intestino artificiale, perché travasò sul pavimento del museo il maleodorante liquame per una diarrea, ovvero per un guasto improvviso. Eppure la cacca d’artista di Delvoye, imbustata ed etichettata andò a ruba, perché pensavano che salisse di valore come la “merda d’artista” di Piero Manzoni, ora introvabile, che vale più di 100.000 euro. E invece, ormai è da buttare nel cesso.

 

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