Gioco
«Controlli non sufficienti la strada è ancora lunga»
Confronto su legalità e immigrazione a Prato con i magistrati della procura Il sostituto Sangermano: «Una legge per espellere gli stranieri che delinquono»
PRATO. Prato, si sa, spesso anticipa quello che accadrà dopo qualche anno nelle altre città del Paese. Suo malgrado è una città all'avanguardia, anche negli aspetti negativi. Ed oggi si trova ad avere fenomeni illegali strettamente legati all'immigrazione che necessitano di risposte adeguate. Che non possono arrivare da Prato e dai suoi amministratori locali. Un tavolo di confronto quello organizzato dallo scrittore Edoardo Nesi, parlamentare e già assessore provinciale, e con un parterre di ospiti inusuali come il capo della procura della Repubblica Giuseppe Nicolosi, il sostituto Antonio Sangermano e il giornalista della Corriere della Sera Dario Di Vico. Padrone di casa il vice presidente della Provincia Emiliano Citarella. Il tema era di quelli impegnativi: "Dentro le trasformazioni". E nelle riflessioni si è andati dentro ai problemi a partire dai magistrati e dal giornalista milanese. Nicolosi ha tracciato tre punti per interpretare l’evoluzione di quanto succede in città. Dal rogo di Teresa Moda, momento in cui cambia il modo di leggere la presenza cinese a Prato, la rivolta di Sesto con l'esternazione del disagio per i controlli della comunità cinese e, in ultimo, il capolarato con l'inchiesta resa nota ieri. Un intervento ripreso poi da Sangermano con la richiesta di una normativa più stringente per gli immigrati che delinquono.
Tre momenti che segnano un'evoluzione dell'approccio all'immigrazione. «Con Teresa Moda - ha evidenziato Nicolosi - si è deciso che si doveva partire dall'idea di non permettere a persone di morire al lavoro. Grazie a quella volontà politica, da cui sono nati i controlli dell'Asl, si è riusciti a organizzare una struttura per cui siamo presi ad esempio. La strada però è lunghissima e questi tipo di controlli, così organizzati, oggi per la complessità della situazione, sono insufficienti. La sensazione è che oggi i cinesi abbiano inserito il pagamento della sanzione tra i costi aziendali senza invece introitare le pressanti richieste di adeguarsi a un sistema di legalità. Un'insofferenza che è emersa con i fatti, accaduti casualmente a Sesto. Dall'indagine sul caporalato invece vedo una proiezione che deve allarmare chi gestisce la politica della città. L'immigrazione clandestina si trasforma in un'opportunità di sfruttamento».
Concetto questo ripreso dal vice sindaco Simone Faggi durante il suo intervento quando ha sottolineato come questo accada non solo in agricoltura ma anche nei pronto moda cinesi dove si cominciano a trovare operai clandestini africani.
Un «grido di dolore della magistratura pratese» per usare le parole di Edoardo Nesi che ha esplicitato anche Sangermano. Anche con la forza dei numeri. Nell'anno in corso sono stati iscritti infatti in procura a Prato 1033 procedimenti penali in materia di prevenzione e sicurezza del lavoro di cui 888 con indagati di nazionalità cinese pari all'86% del totale. Dal 1 settembre del 2014 al 30 settembre del 2016, in 25 mesi, sono state iscritte 3146 notizie di reato in materia di lavoro di cui 2717 a carico di cinesi e nello stesso periodo sono state controllate 6431 aziende su 7.700 totali di cui non irregola, il 63%. «Numeri che parlano - ha commentato Sangermano - che danno l'idea dell'eccezionalità della situazione. Questo non significa che si debba pensare di rimandare tutti indietro ma che si debba lavorare per trovare un punto di equilibrio per ritornare al rispetto della legalità. Credo inoltre si debba lavorare per promuovere una legge che consenta a un ente a carattere amministrativo, come la prefettura, di poter espellere e rimandare nel proprio paese, chi reitera reati sul territorio in particolar modo quando ci sono sentenze di condanna in primo grado. L'obiettivo è creare uno statuto per lo straniero con regole che è necessario rispettare».
Una proposta che ha avuto il parere positivo del vice sindaco. «Anch'io - ha concluso il dibattito Faggi - ritengo il sistema politico sia maturo per prevedere l'allontanamento dal terrritorio dopo una condanna di primo grado o quando ci sono indici di comportamento che denotano il non rispetto dei nostri codici».
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