Il Tirreno

Prato

Fabio Cavallucci: «Questa mostra è un’operazione titanica»

di Riccardo Tempestini
Il direttore del Centro Pecci Fabio Cavallucci
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Il direttore del Centro Pecci Fabio Cavallucci

Il direttore del Centro Pecci di Prato racconta la genesi della “Fine del Mondo”, l’esposizione che inaugurerà l’attività del nuovo museo a partire dal 16 ottobre

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PRATO. Meno cinque alla Fine del mondo, ma al nuovo Centro Pecci è "quasi" tutto pronto per la mostra inaugurale. Tante opere sono già allestite, mentre per le installazioni più complesse c'e ancora da fare. Ma sentiamo il direttore Fabio Cavallucci, dal mattino presto fino a notte fonda sempre "sul pezzo".

Mancano pochi giorni alla fine del mondo, ma come per tutte le grandi mostre, c'è sempre il timore di non fare in tempo…. è un classico vero?

«Ci sono curatori capaci di organizzare le cose per tempo, altri che arrivano sempre all'ultimo minuto. Ricordo di aver visto con i miei occhi Harald Szeemann, forse il più grande curatore della storia, alle tre di notte del giorno prima dell'opening della Biennale di Venezia, attaccare con le proprie mani e con l'aiuto della figlia le ultime fotografie. Qui non stiamo facendo solo una mostra, ma stiamo aprendo un museo, quindi i ritardi non si contano. Stiamo risolvendo i problemi giorno per giorno, ma sono confidente».

La mostra sarà come l'aveva prevista nel suo progetto?

«Tra i progetti di una mostra e il risultato finale talvolta ci sono differenze tali che la forma ultima spesso è irriconoscibile. Artisti che non accettano, opere che non si trovano, riduzioni a causa del budget. Ma in questo caso il risultato corrisponde a più del settanta per cento del progetto. Direi che non è male».

Certo non sarà stato semplice, finire di "ricostruire" un nuovo museo, rimettere in moto una macchina operativa e allo stesso tempo allestire la prima mostra.

«Credo si possa dire che è un'operazione titanica. Davvero faticosa, anche fisicamente. Negli ultimi anni ho fatto un'edizione della Biennale di Carrara nel 2010. Fu davvero un impegno mostruoso, in meno di nove mesi misi insieme nuovi lavori di artisti quali Maurizio Cattelan, Paul McCarthy, Antony Gormley, ecc. Eravamo pochissimi, e siccome a Carrara sono anarchici dentro, fu davvero difficile riuscire a coordinare tutte le cose.

Pensai di avere fatto la fatica più grossa della mia vita. Lasciata Carrara sono andato a Varsavia, a dirigere un centro con più di 90 dipendenti. Credevo di aver trovato il posto migliore, con tutta quella gente che vi lavorava. Invece, dopo qualche mese, mi dovetti rendere conto che tra la differenza di mentalità e il fatto che il Centro era stato governato per oltre vent'anni dallo stesso direttore, il personale aveva una tale indipendenza che mi fece sudare sete camicie. Ora Prato, che sulla carta immaginavo facile, si è rivelata un impegno superiore a tutti gli altri».

Domenica prossima verrà a Prato tutto il mondo dell'arte, emozione o panico?

«Né emozione né panico per il momento, sono tutto concentrato nel finire le installazioni».

Se tornasse indietro accetterebbe di nuovo l'incarico?

«Di sicuro è un'esperienza che mi darà tanto, anche se devo ammettere me l'aspettavo meno faticosa. Comunque è anche un ottimo luogo di sperimentazione e dunque è una grande occasione».

A fine aprile 2017 scadrà il suo contratto, ha già avuto contatti per il rinnovo?

«No».

E dopo la fine del mondo?

«Ce ne sarà di sicuro un'altra».

 

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