Il Tirreno

Prato

il commento

Due sfide: tante presenze e soldi pubblici

Cristina Orsini

Prato, quello che vorremmo dal nuovo centro: che rinconquistasse attrattiva, orgoglio e frequentazione e che godesse di qualche contributo in più

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PRATO. Il Pecci era avanguardia e anticipazione. Le mostre degli anni Novanta e fino ai primi anni Duemila ne sono testimonianza: Merz, Cucchi, Mapplethorpe, Burri e Fontana e poi Tàpie, Gerhard Richter e ancora Kounellis e Paladino. Sono solo alcuni nomi; tanti altri, altrettanto famosi, sono passati nelle sale espositive del museo, firmato da Italo Gamberini, inaugurato nel 1988.

Era vissuto e frequentato, un tempio della contemporaneità nato, singolarmente, in provincia, fuori dalle rotte blasonate della cultura della vicina Firenze. Ma funzionava, più per l’apprezzamento dell’intellighenzia internazionale che per l’affetto dei pratesi. Poi il Pecci col passare degli anni è scivolato ai margini, fino – era il 2012 – a staccare in un anno meno di 9.000 biglietti d’ingresso dei quali solo 670 di persone paganti con un evidente problema di sostenibilità.

Tra poco più di un mese il Centro di arte contemporanea riaprirà addirittura raddoppiato grazie all’intervento dell’architetto Maurice Nio, con un investimento totale, tra Comune, Regione ed Europa, di 14 milioni. La prima cosa che viene da chiedere al nuovo Pecci è banale: riconquistare attrattiva, frequentazione, orgoglio, mantenendo altissima, come da tradizione, la qualità. E una cosa in più: la possibilità di essere vissuto, tutti i giorni, per molte ore al giorno, non solo dagli intellettuali ma, possibilmente, dai cittadini, anche di Prato.

È il libro dei sogni? Forse no. Il progetto che accompagna la ri-inaugurazione del centro pare andare su questa linea: il Pecci sulla carta è destinato a diventare la casa di tutte le arti visive (e non) contemporanee: dalla pittura al cinema, dalla street art alla musica, dalla fotografia al design, passando per l’architettura e la performing art, con laboratori, convegni, ricerca (nella biblioteca che contiene tra i 60 e i 70mila volumi e una collezione di cataloghi di mostre ricchissima e preziosa). Nuovi contenuti per un’altra vita, già evidente dal titolo della mostra che “battezzerà” l’inizio della sfida: “La fine del mondo” che non significa dissolvimento ma, al contrario, l’inizio di un’altra cosa. E se altra cosa dove essere, allora è necessario farla vivere, foraggiarla.

È la seconda richiesta, importante, l’unica che garantirà il successo del Pecci-bis: investire denaro, tanto denaro. Il 2016 sarà un anno ricco per il museo che, grazie alla riapertura, potrà contare su circa 2,6 milioni tra soldi pubblici (un milione ciascuno da Regione e Comune) e contributi di soci e sponsor. Ma potrebbe trattarsi di un unicum. Certezze, in senso contrario, fatto salvo il milione e 170mila del Comune, non ce ne sono. Se, per curiosità, si vanno a spulciare i bilanci degli altri musei di arte contemporanea italiani – Mart, per esempio, o Castello di Rivoli – basterà un’occhiata per rendersi conto che i numeri sono ben diversi. L’arte costa, la cultura costa. E far conto su eventuali, futuri sponsor privati è ad alto rischio. La casa delle arti declinate sulla contemporaneità, è unica in Italia - e l’ambizione è quella che superi i confini nazionali - e per essere di tutti ha bisogno di uno sforzo pubblico. Forse non per sempre, certamente all’inizio.

@mcristinaorsini

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