Il Tirreno

Prato

LA CITTà TRA LE RIGHE/1

Lasciò l'azienda da un giorno all'altro, ora pubblica il suo romanzo

Ilenia Reali
L'imprenditore, ora scrittore,  Ronni Bellucci
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L'imprenditore, ora scrittore, Ronni Bellucci

L'ex imprenditore Ronni Bellucci era destinato a diventare il nuovo patron dell'azienda di famiglia ma improvvisamente lasciò tutto.  "Ecco perché da un giorno all'altro ho lasciato il lanificio. Il libro non è autobiografico ma dentro c'è tutto il nostro mondo". Le prime pagine del libro.

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PRATO. Lasciò l'azienda dall'oggi al domani. Lo fece perché era arrivato il momento di prendere in mano la sua vita e non lasciare che fossero gli eventi a decidere per lui. Oggi Ronni Bellucci, 43 anni, ex imprenditore nel lanificio di famiglia, ha scritto un libro. “E così sia” parla proprio di un imprenditore di successo che, colpito da una malattia, si trova a decidere cosa scegliere: continuare a vivere come ha fatto fino a quel momento o guardare dentro di sé, alle esigenze più profonde. «Non si tratta di una storia autobiografica - dice Bellucci - ma è evidente che nel libro c'è un po' di me, un po' di mio padre Piero e molto di quella generazione di imprenditori coetanei del babbo che mai si è posta il dubbio se davvero valesse la pena sacrificare tutto per l'azienda».

Era circa tre anni fa. Un giorno Ronni Bellucci, riconosciuto all'esterno come erede indiscusso della dinastia tessile dei Bellucci, arrivò al lanificio e comunicò che dal giorno successivo non sarebbe tornato in azienda. Lì seguiva ormai da anni la parte amministrativa e della produzione. Aveva gestito la ristrutturazione durante la crisi.«Fu una scelta particolare, me ne rendo conto», racconta oggi. «Una decisione presa dopo anni di riflessioni che sul libro si ritrovano. Nella vita si continuano a fare le cose per abitudine anche se, infondo si sa, non è quello che si ha voglia di fare. Lavorare nel lanificio richiedeva tanto tempo. E non è un lavoro che si può fare se non lo si sente dentro. Devi avere passione anche per rispetto delle persone che hai intorno a te, che lavorano per te. Io avevo due bambine e quasi non riuscivo a vederle. Ero ovviamente nella condizione economica di poter scegliere. E l'ho fatto: un giorno ho detto basta. Era una scelta che maturavo dentro da tempo ma avevo paura di prenderla. Non sapevo quello che poi avrei fatto, avevo paura delle conseguenze che quella decisione avrebbe avuto anche in famiglia. Sentivo una forte responsabilità nei confronti del babbo, dei miei fratelli, di chi lavorava con me».

Poi com' è andata.

«Un giorno, all'improvviso, l'ho comunicato. Ho detto che sarei stato disponibile per qualunque chiarimento ma che dal giorno successivo non sarei andato più al lanificio. Ho iniziato a stare con la mia famiglia, a recuperare tempo per me stesso. Mi è sempre piaciuta la parte spirituale della vita. Mi piace la meditazione. Avevo bisogno anche di momenti di solitudine che, stretto tra l'azienda e quel poco di tempo che mi rimaneva per la famiglia, non potevo prendermi. Ho cominciato a fare quello di cui avevo voglia. Non avevo più l'obbligo di fare delle cose. Il primo anno mi ha pesato molto. Vivevo con la paura di aver creato disagio agli altri, temevo il giudizio della gente. Tanti mi vedevano e non condividevano il fatto che avessi lasciato tutto».

E la scrittura come si inserisce in tutto questo?

«Scrivo da quando ho 20 anni. Avevo scritto già un libro e non avevo voluto pubblicarlo. Avevo cominciato sei-sette anni fa e parlare dei temi che si ritrovano in “E così sia”. Un imprenditore, alle prese con una malattia e quindi con l'idea di cambiare vita. Una sensazione che riguarda tanti imprenditori della mia generazione. I coetanei del mio babbo non avevano neppure il dubbio che si potesse fare altro rispetto al lavoro in azienda mentre tra i miei amici, anche persone soddisfatte della loro vita, spesso spunta la domanda “e se mollassi tutto”. Non è facile. Nel libro si affronta anche il tema della religione trattato attraverso il rapporto del protagonista con un bambino speciale».

Alla fine il messaggio del libro qual è?

«E così sia. Nel senso che niente arriva per caso. Quindi è giusto vivere anche le difficoltà pensando che lasceranno qualcosa di positivo. Senza lamentarsi ma vivendo tutto intensamente. Perché spesso dai momenti più difficili, o dalle scelte più coraggiose, nascono o si rivelano i rapporti più veri. Per me è stato così».

* * *

  • IL PASSO. "E così sia" di Ronni Bellucci (Ibiskos editrice)

Quando il lavoro chiama, non c'è ganza che tenga

Ezio è un imprenditore. Scoprirà di avere una malattia grave. E tutto diventerà più difficile e meno scontato anche per lui che pensava di avere tutto. Proprio tutto. Ecco l’incipit di “E così sia”

Buonasera e ben trovati agli ascoltatori di Due chiacchiere in compagnia. Oggi il gradito ospite della trasmissione è il dottor Ezio Ferro, patron dei supermercati Ferromarket. “Buonasera, e grazie a lei dell’invito.”

“Che ne dici di metterci comodi e passare a darci del tu?” “Dico che il lei è l’unica parvenza d’educazione che ci è ancora rimasta.” “Senta, dalle mie informazioni risulta che lei, poco più che bambino, lavorasse già come garzone di una bottega d’alimentari nel centro di Firenze. Ci vuole raccontare com’è andata veramente?” “È andata che in famiglia non c’era il becco di un quattrino e io dovevo rimboccarmi le maniche se volevo fare strada nella vita. E, modestia a parte, credo di esserci riuscito”. “Cosa si prova a realizzare i sogni di quand’era ragazzo?” “La fregatura è che sei talmente impegnato a correre a testa bassa che non ti accorgi nemmeno di avere tagliato il traguardo e continui imperterrito a macinare chilometri senza neanche fermarti a festeggiare o riprendere fiato.”

“Ormai ricco e realizzato, come passa le giornate il dottor Ferro?” “Nello stesso modo di quand’ero povero e sfigato: tutte le sante mattine sveglia alle sei e mezzo, flessioni e addominali, doccia, barba, caffè, poi vado dritto a lavorare e resto a dannarmi fino a sera per risolvere i problemi e far quadrare i bilanci.” “E immagina di continuare così anche in futuro, nonostante stia per compiere settant’anni?” “Cara signorina, cosa vuole che siano settant’anni ai giorni nostri. E poi lo sa quanta verve ho ancora io da spendere, che i giovani d’oggi manco se la sognano? Per non parlare della passione. Ci crede se le dico che mi brillano ancora gli occhi ogni volta che firmo un nuovo contratto di fornitura?”

“Questo non lo metto in dubbio. Però stento a credere che un imprenditore avveduto come lei non abbia programmato il ricambio generazionale all’interno della sua società.” “Non so cosa intenda lei per ricambio generazionale, visto che ormai codesti paroloni li usa anche il pizzicagnolo con la prole dietro il bancone. Io posso dirle che ho un figlio che fa il commerciale in ditta, che tra l’altro non ha mai beneficiato di un solo privilegio da padroncino, e gli ho ben chiarito che il mio posto di grande capo non si tocca finché a deciderlo non è il padre eterno.” “Un consiglio per gli ascoltatori che hanno un sogno come il suo?” “Più che un consiglio mi sento di dare un avvertimento: per seguire il mio esempio bisogna farsi un culo così. Si può usare la parola culo alla radio?” “Non si preoccupi, la maggior parte dei nostri ascoltatori è maggiorenne.” “Insomma, bisogna metterci il massimo impegno, avere spirito di sacrificio, non mollare mai, e soprattutto rispettare sempre la regola basilare.” “Che sarebbe?” “Quando il lavoro chiama non c’è famiglia, festa o ganza che tenga.” “Quindi la sua carriera non è stata tutta rose e fiori?” “Mi sono punto tante di quelle volte che non basterebbe una sola puntata della trasmissione per raccontarle. Ma ogni spina è servita a insegnarmi una lezione e temprarmi il carattere.” “Purtroppo il tempo a nostra disposizione sta per terminare. Prima dei saluti c’è qualcos’altro che vuole aggiungere?” “Mi piacerebbe lasciarci con una frase che mi ha illuminato quando l’ho sentita pronunciare per la prima volta dal prete nella chiesa dove la nonna mi obbligava ad accompagnarla la domenica mattina: “Gli ultimi saranno i primi”. E bada bene che io sono ateo convinto, però queste parole di Gesù mi hanno rivelato che non era vero che dovevo rassegnarmi e accontentarmi delle briciole della vita come ripeteva sempre il babbo, anch’io avevo il sacrosanto diritto di diventare uno di quei primi.” “Con questa pillola di saggezza dobbiamo proprio salutarci. Grazie al dottor Ezio Ferro della piacevole chiacchierata, e ci vediamo a comprare la spesa al Ferromarket.” “Vi aspetto a braccia aperte. E ricordate che al Ferromarket troverete qualità, cortesia e convenienza.”

Eccolo lì Ezio, sul campo da tennis della sua sfarzosa villa sulle colline pietrasantesi, che si rigira una pallina gialla tra le mani per tastarne la consistenza. Poi la lancia in aria e la scaglia con veemenza dall’altra parte del campo dove il figlio Federico sta ciondolando con la maglietta zuppa di sudore sulla linea bianca di fondocampo. La palla schizza sulla terra rossa e Federico si allunga trascinandosi dietro le gambe, e riesce a sfiorarla con la stecca della racchetta e a rispedirla di là dalla rete con una strana traiettoria che sortisce l’effetto di una palla corta e smorzata. Ezio aggrotta le sopracciglia e scatta con un balzo verso rete, a dispetto dei suoi settanta anni che compie proprio oggi e di sua moglie Carola che lo sta osservando seduta a bordo campo. Stamani lo ha martoriato con la solita zolfa che a quest’età dovrebbe staccare la spina e godere il meritato riposo insieme a lei tra passeggiate mano nella mano sulla spiaggia deserta, tornei di burraco organizzati da arzilli ottantenni, pomeriggi abbracciati sul divano a sfogliare album di fotografie e ricordare con nostalgia i bei tempi andati, perché se non lo fanno adesso quando mai più lo potranno fare?

Stringe forte la racchetta nel pugno, flette le ginocchia e ruota il polso con un rapido movimento per colpire la palla che sfiora la rete, spolvera la linea laterale e si schianta con un tonfo sordo contro la recinzione. Prima di esultare si volta verso il trespolo a bordo campo dov’è seduto ad arbitrare il tipo che sua figlia Ludovica ha portato a casa e ha presentato come il suo amore.

Ha detto proprio così “Mamma, babbo, questo è il mio amore”, mentre il ragazzo porgeva la mano molle, bisbigliava un cognome anonimo e si prendeva la briga di aggiungere che era il tipico cognome delle casate di contadini di un piccolo paese del sud, e informava con un certo orgoglio palesato da un lieve rossore delle guance che lui era il primo membro ad avere abbandonato i campi per emigrare a lavorare in un bar di Milano, anche se nessuno glielo aveva chiesto.

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