Attenzione
Lo storytelling della sua malattia diventa una mostra
Le ventotto fotografie di Davide Gucci saranno esposte all'ospedale Santo Stefano di Prato. "Così ho esorcizzato la mia malattia"
PRATO. La febbre alta. Fino a 39. E poi, di nuovo, la temperatura che scende, improvvisamente. 36,5 - 38 - 36 - 40. Un'altalena. Gli occhi non rispondono più ai comandi in un incrocio di immagini che si sovrappongono. I crampi a impedire il passo. Tre settimane senza comprendere cosa potesse essere. Analisi, esami e poi la diagnosi. Di quelle che, sul momento, non riesci neppure a comprendere fino in fondo ma che dagli sguardi dei medici, dalle mezze frasi per cominciare il discorso che aprono a qualcosa che sembra enorme: linfoma di Burkitt. Neoplasia dei linfociti B maturi. Tumore dei linfociti per far capire che siamo davanti a una malattia seria con cui non c'è da scherzare.
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Davide Gucci, oggi quarant'anni, artigiano delle pietre dure, si sentì invece quasi sollevato quando sentì dalla bocca dell’oncologo quelle parole pesanti come le sue pietre. Aveva capito dall'agitazione del suo medico di famiglia, dallo sguardo dello specialista che non c'era niente di buono in quella semi infermità in cui, in pochi giorni, era precipitato. «L'oncologo disse cosa avevo e subito precisò che era una situazione molto seria ma che non mi avrebbe lasciato grossi problemi. Lo disse subito, quasi per non lasciarmi il tempo di meditare: “E' un percorso lungo ma ne uscirai”. Io non vedevo l'ora di cominciare. Prima s'inizia prima si finisce, fu il mio primo pensiero».
Era il novembre del 2010. “Non ne uscirai prima dell'estate e dovrai passare molto tempo in ospedale” aggiunse l'oncologo guardando Davide dritto negli occhi come a cercare di tirargli fuori tutta la forza necessaria. Davide Gucci è un omone. E' alto e ha un fisico robusto. Lo sguardo è furbo e attento come quello di tutti i fotografi. Dietro l'obiettivo è tra coloro che riesce a fermare quei particolari che il mondo non coglie: i suoi scatti, che da anni condivide con gli amici del fotoclub "Il Bacchino", sono popolati da occhi, mani, sorrisi. Volti e rughe. Capelli. E’ un genio delle luci e delle foto impossibili scattate nei teatri.
Foto impossibili che lui ha fatto anche in ospedale. Tra quelle stanze e con quelle persone con cui ha condiviso la propria vita quasi per un anno intero. Alla fine, ha raccolto una trentina di immagini che diventeranno una mostra permanente nei locali del nuovo ospedale di Prato. Dita, occhi, strumenti che di solito si preferisce dimenticare salvo poi farne tesoro quando c'è da apprezzare le piccole cose belle della vita.
«L'unica soluzione - racconta Davide Gucci - era fare la chemioterapia. Ero debilitato, globuli bianchi e piastrine si abbassavano continuamente. Mi dicevano che avevo una forma molto forte e, di fatto, stavo continuamente in ospedale. Due settimane per volta con cicli molto lunghi e le flebo nelle braccia per ore e ore. Ma anche esami: tac, risonanze, angiografie. Alla fine ho girato tutto l'ospedale che a fine estate conoscevo benissimo». Ed è in questo peregrinare, aspettando solo che il tempo passasse, che Davide Gucci si rende conto che tutto, proprio tutto, quello che c’è intorno ha un valore. La finestra è il mondo fuori, il piccolo Budda all'angolo di un reparto diventa preghiera, le cartelline il responso di un esame. «E’ il mondo di tutti i malati oncologici - aggiunge Davide - ed io ho voluto fotografarlo. Farlo diventare una storia. L'ho fatto chiedendo le autorizzazioni necessarie e alla fine l'Asl mi ha chiesto gli scatti per farne una mostra, prima provvisoria e poi permanente nel nuovo ospedale. Per me invece era un modo per esorcizzare tenendo vivo quello che avevo visto. Era un modo per raggiungere, passo dopo passo, quel giardino illuminato dal sole su cui si affacciava la mia stanza. E' stato come arrivare alla meta e poi lasciarla andare. Per riprendersi in mano la vita».
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