Il Tirreno

Prato

«Quando il lavoro chiama non c’è ganza che tenga»

«Quando il lavoro chiama non c’è ganza che tenga»

Ezio è un imprenditore. Scoprirà di avere una malattia grave. E tutto diventerà più difficile e meno scontato anche per lui che pensava di avere tutto. Proprio tutto. Ecco l’incipit di “E così sia”...

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Buonasera e ben trovati agli ascoltatori di Due chiacchiere in compagnia. Oggi il gradito ospite della trasmissione è il dottor Ezio Ferro, patron dei supermercati Ferromarket. “Buonasera, e grazie a lei dell’invito.”

“Che ne dici di metterci comodi e passare a darci del tu?” “Dico che il lei è l’unica parvenza d’educazione che ci è ancora rimasta.” “Senta, dalle mie informazioni risulta che lei, poco più che bambino, lavorasse già come garzone di una bottega d’alimentari nel centro di Firenze. Ci vuole raccontare com’è andata veramente?” “È andata che in famiglia non c’era il becco di un quattrino e io dovevo rimboccarmi le maniche se volevo fare strada nella vita. E, modestia a parte, credo di esserci riuscito”. “Cosa si prova a realizzare i sogni di quand’era ragazzo?” “La fregatura è che sei talmente impegnato a correre a testa bassa che non ti accorgi nemmeno di avere tagliato il traguardo e continui imperterrito a macinare chilometri senza neanche fermarti a festeggiare o riprendere fiato.”

“Ormai ricco e realizzato, come passa le giornate il dottor Ferro?” “Nello stesso modo di quand’ero povero e sfigato: tutte le sante mattine sveglia alle sei e mezzo, flessioni e addominali, doccia, barba, caffè, poi vado dritto a lavorare e resto a dannarmi fino a sera per risolvere i problemi e far quadrare i bilanci.” “E immagina di continuare così anche in futuro, nonostante stia per compiere settant’anni?” “Cara signorina, cosa vuole che siano settant’anni ai giorni nostri. E poi lo sa quanta verve ho ancora io da spendere, che i giovani d’oggi manco se la sognano? Per non parlare della passione. Ci crede se le dico che mi brillano ancora gli occhi ogni volta che firmo un nuovo contratto di fornitura?”

* * *

“Questo non lo metto in dubbio. Però stento a credere che un imprenditore avveduto come lei non abbia programmato il ricambio generazionale all’interno della sua società.” “Non so cosa intenda lei per ricambio generazionale, visto che ormai codesti paroloni li usa anche il pizzicagnolo con la prole dietro il bancone. Io posso dirle che ho un figlio che fa il commerciale in ditta, che tra l’altro non ha mai beneficiato di un solo privilegio da padroncino, e gli ho ben chiarito che il mio posto di grande capo non si tocca finché a deciderlo non è il padre eterno.” “Un consiglio per gli ascoltatori che hanno un sogno come il suo?” “Più che un consiglio mi sento di dare un avvertimento: per seguire il mio esempio bisogna farsi un culo così. Si può usare la parola culo alla radio?” “Non si preoccupi, la maggior parte dei nostri ascoltatori è maggiorenne.” “Insomma, bisogna metterci il massimo impegno, avere spirito di sacrificio, non mollare mai, e soprattutto rispettare sempre la regola basilare.” “Che sarebbe?” “Quando il lavoro chiama non c’è famiglia, festa o ganza che tenga.” “Quindi la sua carriera non è stata tutta rose e fiori?” “Mi sono punto tante di quelle volte che non basterebbe una sola puntata della trasmissione per raccontarle. Ma ogni spina è servita a insegnarmi una lezione e temprarmi il carattere.” “Purtroppo il tempo a nostra disposizione sta per terminare. Prima dei saluti c’è qualcos’altro che vuole aggiungere?” “Mi piacerebbe lasciarci con una frase che mi ha illuminato quando l’ho sentita pronunciare per la prima volta dal prete nella chiesa dove la nonna mi obbligava ad accompagnarla la domenica mattina: “Gli ultimi saranno i primi”. E bada bene che io sono ateo convinto, però queste parole di Gesù mi hanno rivelato che non era vero che dovevo rassegnarmi e accontentarmi delle briciole della vita come ripeteva sempre il babbo, anch’io avevo il sacrosanto diritto di diventare uno di quei primi.” “Con questa pillola di saggezza dobbiamo proprio salutarci. Grazie al dottor Ezio Ferro della piacevole chiacchierata, e ci vediamo a comprare la spesa al Ferromarket.” “Vi aspetto a braccia aperte. E ricordate che al Ferromarket troverete qualità, cortesia e convenienza.”

* * *

Eccolo lì Ezio, sul campo da tennis della sua sfarzosa villa sulle colline pietrasantesi, che si rigira una pallina gialla tra le mani per tastarne la consistenza. Poi la lancia in aria e la scaglia con veemenza dall’altra parte del campo dove il figlio Federico sta ciondolando con la maglietta zuppa di sudore sulla linea bianca di fondocampo. La palla schizza sulla terra rossa e Federico si allunga trascinandosi dietro le gambe, e riesce a sfiorarla con la stecca della racchetta e a rispedirla di là dalla rete con una strana traiettoria che sortisce l’effetto di una palla corta e smorzata. Ezio aggrotta le sopracciglia e scatta con un balzo verso rete, a dispetto dei suoi settanta anni che compie proprio oggi e di sua moglie Carola che lo sta osservando seduta a bordo campo. Stamani lo ha martoriato con la solita zolfa che a quest’età dovrebbe staccare la spina e godere il meritato riposo insieme a lei tra passeggiate mano nella mano sulla spiaggia deserta, tornei di burraco organizzati da arzilli ottantenni, pomeriggi abbracciati sul divano a sfogliare album di fotografie e ricordare con nostalgia i bei tempi andati, perché se non lo fanno adesso quando mai più lo potranno fare?

Stringe forte la racchetta nel pugno, flette le ginocchia e ruota il polso con un rapido movimento per colpire la palla che sfiora la rete, spolvera la linea laterale e si schianta con un tonfo sordo contro la recinzione. Prima di esultare si volta verso il trespolo a bordo campo dov’è seduto ad arbitrare il tipo che sua figlia Ludovica ha portato a casa e ha presentato come il suo amore.

Ha detto proprio così “Mamma, babbo, questo è il mio amore”, mentre il ragazzo porgeva la mano molle, bisbigliava un cognome anonimo e si prendeva la briga di aggiungere che era il tipico cognome delle casate di contadini di un piccolo paese del sud, e informava con un certo orgoglio palesato da un lieve rossore delle guance che lui era il primo membro ad avere abbandonato i campi per emigrare a lavorare in un bar di Milano, anche se nessuno glielo aveva chiesto.

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