Toscana
Ecco perché da un giorno all’altro ho lasciato l’azienda
L’ex imprenditore Ronni Bellucci ha pubblicato un romanzo «Non è autobiografico ma dentro c’è tutto il nostro mondo»
Era circa tre anni fa. Un giorno Ronni Bellucci, riconosciuto all'esterno come erede indiscusso della dinastia tessile dei Bellucci, arrivò al lanificio e comunicò che dal giorno successivo non sarebbe tornato in azienda. Lì seguiva ormai da anni la parte amministrativa e della produzione. Aveva gestito la ristrutturazione durante la crisi.«Fu una scelta particolare, me ne rendo conto», racconta oggi. «Una decisione presa dopo anni di riflessioni che sul libro si ritrovano. Nella vita si continuano a fare le cose per abitudine anche se, infondo si sa, non è quello che si ha voglia di fare. Lavorare nel lanificio richiedeva tanto tempo. E non è un lavoro che si può fare se non lo si sente dentro. Devi avere passione anche per rispetto delle persone che hai intorno a te, che lavorano per te. Io avevo due bambine e quasi non riuscivo a vederle. Ero ovviamente nella condizione economica di poter scegliere. E l'ho fatto: un giorno ho detto basta. Era una scelta che maturavo dentro da tempo ma avevo paura di prenderla. Non sapevo quello che poi avrei fatto, avevo paura delle conseguenze che quella decisione avrebbe avuto anche in famiglia. Sentivo una forte responsabilità nei confronti del babbo, dei miei fratelli, di chi lavorava con me».
Poi com' è andata.
«Un giorno, all'improvviso, l'ho comunicato. Ho detto che sarei stato disponibile per qualunque chiarimento ma che dal giorno successivo non sarei andato più al lanificio. Ho iniziato a stare con la mia famiglia, a recuperare tempo per me stesso. Mi è sempre piaciuta la parte spirituale della vita. Mi piace la meditazione. Avevo bisogno anche di momenti di solitudine che, stretto tra l'azienda e quel poco di tempo che mi rimaneva per la famiglia, non potevo prendermi. Ho cominciato a fare quello di cui avevo voglia. Non avevo più l'obbligo di fare delle cose. Il primo anno mi ha pesato molto. Vivevo con la paura di aver creato disagio agli altri, temevo il giudizio della gente. Tanti mi vedevano e non condividevano il fatto che avessi lasciato tutto».
E la scrittura come si inserisce in tutto questo?
«Scrivo da quando ho 20 anni. Avevo scritto già un libro e non avevo voluto pubblicarlo. Avevo cominciato sei-sette anni fa e parlare dei temi che si ritrovano in “E così sia”. Un imprenditore, alle prese con una malattia e quindi con l'idea di cambiare vita. Una sensazione che riguarda tanti imprenditori della mia generazione. I coetanei del mio babbo non avevano neppure il dubbio che si potesse fare altro rispetto al lavoro in azienda mentre tra i miei amici, anche persone soddisfatte della loro vita, spesso spunta la domanda “e se mollassi tutto”. Non è facile. Nel libro si affronta anche il tema della religione trattato attraverso il rapporto del protagonista con un bambino speciale».
Alla fine il messaggio del libro qual è?
«E così sia. Nel senso che niente arriva per caso. Quindi è giusto vivere anche le difficoltà pensando che lasceranno qualcosa di positivo. Senza lamentarsi ma vivendo tutto intensamente. Perché spesso dai momenti più difficili, o dalle scelte più coraggiose, nascono o si rivelano i rapporti più veri. Per me è stato così».
Ilenia Reali
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
