Il Tirreno

Prato

Creaf s’arrende, verso il concordato. I soci negano altri 2 milioni e mezzo

Cristina Orsini
Il Creaf di via Galcianese
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Il Creaf di via Galcianese

Prato, la decisione presa nell’assemblea del 5 agosto scorso. Così finisce una storia da 22 milioni di euro. Il presidente della Provincia Matteo Biffoni: «Ci abbiamo provato con serietà ma ci voleva un miracolo»

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PRATO. Finisce con l’ingresso del curatore la storia da oltre 22 milioni di euro del Creaf, il mai aperto Centro di alta formazione poi Parco della tecnologia e della scienza, di via Galcianese diventato, negli anni - undici per la precisione - un macigno in capo alla Provincia. Talmente pesante da non poter più essere sostenuto.

L’amministratore unico della srl che gestisce il Creaf, Laura Calciolari, in carica da poco più di due anni, ha presentato domanda di concordato preventivo al Tribunale di Prato. L’ultimo strenuo tentativo per evitare il fallimento. Peccato che, in questo caso, il rischio crac riguardi un investimento (con acquisto di immobile da oltre 8 milioni) pagato con soli soldi pubblici e tanti: circa 15 milioni di finanziamenti europei transitati attraverso la Regione, 6 milioni e mezzo “prestati” dalla Provincia a quella scatola vuota rimasta in costruzione per ritocchi, modifiche, aggiustamenti, fin dal lontano 2005. Una storia sbagliata forse fin dall’inizio e al netto di un’inchiesta penale avviata ultimamente.

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La parola “fine” è stata scritta il 5 agosto scorso, quando per l’ennesima volta si sono riuniti in assemblea i soci del Creaf (Provincia, Comuni di Prato, Montemurlo, Carmignano, Vaiano, Vernio, Cantagallo). Lì, in quella sede, l’amministratore unico ha chiesto un nuovo finanziamento e nemmeno di poco conto: altri due milioni e mezzo per proseguire nei lavori. Questa volta la risposta è stata chiara: i soci hanno chiesto garanzie forti sul fatto che dopo la nuova iniezione di liquidi il centro fosse pronto per aprire i battenti. Subito, senza far passare più tempo e soprattutto senza spendere un euro in più. Ma di certezze Calciolari non è stata in grado di darne. Quindi stop: un “altolà” necessario per non peggiorare ulteriormente la situazione già molto complicata.

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Perché i bandi (due) pubblicati in cerca di società disponibili a entrare e a pagare un affitti, sono andati entrambi deserti; perché le società che avevano dato la disponibili a entrare - Pin, Università di Firenze, Tecnosistemi (con trattative private) - di certo non avrebbero garantito entrate sufficienti per rientrare dalla massa di debiti. Il Creaf avrebbe raggiunto la sostenibilità solo con investitori privati dalle “spalle forti” capaci di buttare su quella scatola vuota milioni veri. «Un miracolo», per dirla con le parole del presidente della Provincia Matteo Biffoni, che non si è realizzato. «Ci abbiamo provato tanto e con serietà - afferma Biffoni - a far marciare il Creaf ma a questo punto, visto che si tratta di soldi pubblici e che si deve amministrarli con il massimo di attenzione e rispetto, è consigliabile fermarsi».

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Cosa succederà ora? Se il tribunale accetterà il concordato preventivo, nominerà un curatore che avrà due possibilità: nel migliore dei casi si rimboccherà le maniche e cercherà di affittare gli spazi, uno dopo l’altro, per rientrare dai debiti (21 milioni e mezzo tra Europa e Provincia, qualche centinaio di migliaia di euro a privati per opere e interventi fatti), nel peggiore dei casi dovrà mettere in vendita l’immobile per pagare i debitori. Un capannone (la ex Marino Olmi ) rivisto e corretto, del valore di circa 16 milioni di euro. Una cifra insufficiente già in partenza.

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