Il Tirreno

Prato

Il Comune replica: «Guarda dove è comodo»

L’ufficio stampa risponde, contestando la lettura, alla docente tramite una nota inviata alla rivista

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PRATO. Il suo è sicuramente un punto di vista autorevole. L'opinione di una che l'immigrazione cinese l'ha sviscerata dentro le pieghe più profonde. Fin da quando, nel 1994, venne in città per fondare il Centro di ricerca e servizi per l'immigrazione. Antonella Ceccagno non ha mai smesso di occuparsi di Prato, anzi. «Guardi, anche ieri mattina ero a studiare la vostra realtà», racconta al Tirreno che l'ha raggiunta telefonicamente. Ora, il 20 luglio scorso Ceccagno pubblica un saggio sulla prestigiosa rivista "Il Mulino", che ha costretto l'amministrazione comunale a una secca replica. Ha fatto storcere il naso quel titolo - "I cinesi nel tessile e lo strabismo nelle istituzioni" - nel tentativo di collegare le ronde a Prato contro i migranti marocchini e la rivolta di Sesto. Ceccagno non le manda a dire: le ronde vengono viste come il frutto di un'esasperazione cui le istituzioni avrebbero risposto con l'immobilismo. La ricercatrice riavvolge il nastro, ricorda quando nel 2013 lo spazio "Compost" raccolse un centinaio di denunce di furto e aggressione ai danni dei cinesi. E poi nel 2014, quando Associna diede vita alla pagina web "Pratoinsicura" che divenne una specie di sfogatoio. Fu derubata anche l'avvocatessa Luna Chen, cui replicò a suo tempo l'ex assessore Aldo Milone: la responsabilità era tutta dei cinesi, colpevoli di girare con «quantità di denaro che nessun cittadino di Prato può permettersi». Mai messaggio politico fu più deleterio, secondo Ceccagno, un modo per rimarcare la distanza tra i cinesi e i "cittadini" dall'altro. Nel 2014 si va al voto, Prato torna al centrosinistra. Cambia qualcosa? Decisamente no per la sinologa. «Come non c'è spazio per giustificare le ronde - scrive - non c'è nemmeno spazio per il tentativo delle istituzioni di sottrarsi alle proprie responsabilità per non aver affrontato una situazione che si è incancrenita scavando solchi di sfiducia». Non tarda ad arrivare la replica del Comune affidata all'ufficio stampa, pubblicata sul sito della rivista. Ne viene fuori un botta e risposta: quel saggio, a detta dell'ente, «decontestualizza la questione da una situazione di ordine pubblico e sicurezza ben più complessa, dove i furti ai danni di cittadini di etnia cinese erano uno - e non il solo - dei fenomeni da contrastare». Respinte al mittente le accuse di immobilismo perché «il Comune, attraverso la polizia municipale, ha posto in essere iniziative di contrasto a ogni forma di illegalità, di concerto con tutte le istituzioni competenti». Non basta. Dagli appelli ai cinesi perché sporgano denuncia «alle iniziative per favorire l'integrazione e l'educazione al rispetto delle regole», come si legge sulla nota, mai il Comune sarebbe stato alla finestra. Alla fine, è alla studiosa che si rimprovera un certo "strabismo" nel voler guardare «nella direzione che le era comoda a costruire un'immagine distorta». Come s'inseriscono in questo ragionamento i fatti di Sesto? Ceccagno vede la madre di tutti i problemi nell'industria della moda, paragonata a un "elefante" di cui le istituzioni vedono solo la proboscide, la coda e le zampe. Da una parte ci sono i terzisti cinesi, dall'altra c'è il mercato globale delle grandi firme. Che non si conciliano di certo con quello che le istituzioni richiedono ai terzisti cinesi, a partire dal rispetto delle regole.

Maria Lardara

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