Il dolore
«Fomentatori organizzati»
È l’ipotesi di lavoro della Procura di Prato nelle indagini sui raid dei capi del Cervo Bianco
PRATO. Un gruppuscolo di “fomentatori” organizzati, in grado di entrare in azione ogni volta che se ne presenti l’occasione o la necessità. E’ questa l’ipotesi investigativa sulla quale lavora la procura della Repubblica di Prato in relazione all’inchiesta avviata il primo luglio scorso con una serie di perquisizioni, sui capi dell’associazione cinese il Cervo Bianco, accusati (in sette) di associazione per delinquere finalizzata ad atti di violenza a sfondo razziale (nove indagati). Un’ipotesi che il pool di magistrati (Lorenzo Gestri, Lorenzo Boscagli e il procuratore capo Giuseppe Nicolosi) sta sviluppando passo dopo passo tra mille difficoltà. Perché è la paura - hanno riscontrato gli inquirenti - a chiudere la bocca di molti cittadini cinesi che cosa da dire invece ne avrebbero. Ed è invece l’omertà, dalla parte italiana della barricata, a far tacere. Un po’ per interesse, un po’ perché è meglio “farsi i fatti propri”.
«Comunque andiamo avanti e l’indagine non sarà nè veloce nè facile» afferma il procuratore Nicolosi che l’altro giorno ha partecipato a un summit in procura a Firenze con i magistrati che seguono la rivolta di Sesto. «Quello che noi cerchiamo di capire - afferma - è se ci sia stato o meno un ruolo dei cinesi del Cervo Bianco nell’organizzazione dei disordini». E’ un fatto accertato che il vero capo dell’associazione, Jiandong Ye, detto Jack, al quale è stata revocata la misura della semilibertà ottenuta dopo aver scontato 8 degli 18 anni di condanna per un omicidio consumato a Milano, sia stato in grado, grazie al tam tam via web, di raccogliere almeno trecento cinesi della comunità di Prato nel giro di poco tempo portandoli in massa prima nell’azienda di Sesto Fiorentino poi davanti al tribunale. «E’ evidente - spiega il procuratore Nicolosi - che esiste una rabbia non incanalata dei giovani cinesi, un fenomeno che però non può essere affrontato con il codice penale. Quel che noi possiamo fare è controllare fatti o comportamenti specifici». Intanto la Procura ha acquisito il volantino “girato” on line distribuito tra i manifestantinel quale lo Stato italiano viene definito “mafioso con licenza”.
E per far fare un passo avanti all’inchiesta ieri sono iniziati gli interrogatori degli indagati. Primo a presentarsi davanti ai sostituti Gestri e Boscagli, Kejian Jiang, detto Stefano, portavoce del Cervo Bianco, assistito dall’avvocato Giuseppe Nicolosi (omonimo del procuratore capo), accusato di corruzione anche nell’inchiesta “Permessopoli”. Stefano si è avvalso delle facoltà di non rispondere per quanto concerne le accuse mosse nell’inchiesta su ronde e spedizioni punitive contro i magrebini, ma mettendo ben in chiaro - con dichiarazioni spontanee - che il Cervo Bianco e lui come portavoce dell’associazione, mai hanno commesso atti di violenza su alcuno.
Cristina Orsini
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