Il Tirreno

Prato

Raid contro magrebini, 9 cinesi indagati

Raid contro magrebini, 9 cinesi indagati

Procura e polizia li accusano di aver organizzato spedizioni punitive, scegliendo persone a caso, per vendicare gli scippi

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PRATO. Cinque, forse sei raid punitivi “a caccia” di magrebini (“quei mendicanti neri”, così vengono chiamati nelle intercettazioni) considerati i primi responsabili delle innumerevoli rapine patite da donne e uomini della comunità cinese di Prato. A portare a termine le spedizioni punitive, a partire dallo scorso gennaio - una violentissima a carico di due indiani, scambiati per nord africani e finiti all’ospedale - un drappello di “picchiatori”, “braccio armato” - è la definizione usata dai magistrati - della più vasta associazione “Il Cervo Bianco”, sede in via Marini, che «tollerava - ha spiegato il capo della Mobile Francesco Nannucci - le azioni violente di quel nucleo di persone».

Nove gli indagati a piede libero e a diverso titolo, sette le perquisizioni compiute dagli agenti della Mobile - coordinate dai sostituti Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli titolari dell’inchiesta- ieri mattina all’alba in luoghi diversi: un’azienda del distretto del Dragone in via Gora del Pero, cinque abitazioni e la sede stessa dell’associazione, in cerca di elementi di supporto all’ipotesi investigativa. E oltre al sequestro di computer, cellulari e tablet, gli investigatori hanno effettivamente trovato quel che cercavano: spranghe di ferro “alleggerite” con qualche giro di nastro adesivo sulla cima e bastoni robusti, usati, evidentemente, nelle spedizioni notturne e recuperate in una borsa nell’abitazione di Marco Huang, 28 anni. Due i capi di imputazione: associazione per delinquere finalizzata a commettere molteplici atti di violenza per motivi etnici. E’ l’odio razziale - secondo inquirenti e investigatori - ad aver spinto all’azione il drappello armato. «Agivano in modo indiscriminato - ha spiegato il procuratore capo della Repubblica Giuseppe Nicolosi - scegliendo persone a caso che non avevano alcun legame con le aggressioni patite dai connazionali. Una giustizia sommaria che si è manifestata con ronde notturne e del tutto intollerabile». A capo del braccio armato nato in seno al Cervo Bianco c’era - secondo l’ipotesi accusatoria - Jiandong Ye, detto Jack, 33 anni, vero “deus ex machina” dell’associazione, semilibero (presto la procura chiederà la revoca del beneficio) per la condanna di un omicidio commesso a Milano molti anni fa. Jack è indagato sia per l’associazione sia per gli atti di violenza a scopo razziale ed è sempre lui che nel giro di pochi minuti è riuscito a intercettare, mercoledì sera, almeno 300 cinesi di Prato da portare a Sesto Fiorentino per partecipare alle proteste dopo gli scontri con i carabinieri. «E’ un dato di fatto - ha sottolineato il procuratore Nicolosi - che Jack si trovasse tra i capi popolo sia in fabbrica, sia successivamente davanti al tribunale. Verificheremo se esitano ulteriori connessioni. Resta il fatto - ha concluso - che la reazione alle verifiche Asl è stata palesemente sproporzionata e spia di una forte insofferenza verso ogni tipo di controllo».

Stessi capi di imputazione di Jack a carico di Mary, presidentessa “fantoccio” del Cervo Bianco (Xiujiao Li, 35 anni), della “vecchia conoscenza” di magistrati e forze dell’ordine: Kejian Jiang, detto Stefano, 30 anni, portavoce del Cervo Bianco, tra gli imputati di “Permessopoli”, per “Susanna” Hsiang, 20 anni, Matteo Yan, 33 anni, Amin (Saimin Zheng) e Jacopo Hsiang, arrestato il primo giugno scorso nell’ambito di un’inchiesta su prostituzione e droga e ora in carcere. Accusati delle sole azioni violente (senza l’associazione) Gianni Xia e Marco Huang, nella cui abitazione sono state trovate spranghe e bastoni. Buona parte dell’indagine ruota attorno a Jacopo, un personaggio particolare, che pare stia aiutando gli inquirenti, in queste settimane, a venire a capo dell’attività del “braccio armato” dell’associazione. Prima di tutto ammettendo la propria partecipazione alle ronde e dando chiarimenti, poi, al contenuto di alcune intercettazione telefoniche già in mano a magistrati e investigatori, già per altro chiarissime. Dove si parla di cinque persone picchiate in questi giorni: «Non è abbastanza?» dice Jacopo a una terza persona. E poi rincara la dose, sempre parlando per telefono: «Oggi c’erano tante di quelle persone che mi guardavano mentre picchiavo quei due “mendicanti...”». Quindi indicazione operative per il gruppo: per i raid, secondo Jacopo, sarebbero state sufficienti poche persone: «Bastano alcuni di quelli che sanno picchiare bene». A dare il “via libera” alle incursioni - come ha confermato Jacopo ai magistrati - sarebbe stato, ogni volta, Jack.

Cristina Orsini

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