La manifestazione
«La rabbia viene cavalcata sul web»
L’analisi del vicesindaco Faggi: «Spaesate e frustrate anche le seconde generazioni»
PRATO. «Il grande seguito che ha ottenuto l’associazione Il Cervo Bianco nell’ambito della comunità cinese di Prato, nasce dal diverso approccio che hanno sui problemi che riguardano, appunto, la comunità. Un approccio, mi verrebbe da dire, più italiano, che archivia in maniera definitiva il modo di porsi “ingessato” che hanno avuto fino a ora le associazioni che avevano come punto di riferimento il consolato cinese». Simone Faggi, vicesindaco con delega alle questioni sull’immigrazione, da molto tempo, assieme al suo staff, segue l’evoluzione dell’associazione. Che, nata appena un anno fa, riesce a mobilitare - cosa mai accaduta in precedenza- masse di connazionali. E’ accaduto per le due mobilitazioni per pulire le strade del Macrolotto Zero, è successo, in particolare, nella grande manifestazione del 6 febbraio scorso nella quale sono scesi in strada, chiedendo più sicurezza, oltre duemila cinesi, è riaccaduto la sera di mercoledì quando, grazie al tam tam, l’associazione è riuscita a portare a Sesto, in pochissimo tempo, almeno trecento persone. «E’ che il Cervo Bianco - prosegue Faggi - ha un forte potere di penetrazione grazie all’uso capillare dei social cinesi (in particolare Wechat ndr) attraverso i quali riesce a intercettare e a cavalcare il malessere profondo delle seconde generazioni». L’assessorato ha occhi e orecchie nei social usati dalla comunità cinese grazie a diversi account «con i quali di certo non vogliamo spiare ciò che viene detto ma usando i quali cerchiamo di interagire e indirizzare». Perché «la carica di rabbia - prosegue Faggi - tra le nuove generazioni esiste. Ed è una rabbia che ha a che fare con la frustazione, con lo spaesamento e quello che fa più paura - continua - è che non è incanalata, non ha sbocchi». «Noi lavoriamo perché reazioni come quelle avvenute a Sesto - prosegue Faggi - dopo i controlli dell’Asl, a Prato non accadano. Ma è una fatto che quella stessa rabbia sia il prodotto di almeno venti anni di un sistema produttivo malato che è attribuibile ai padri di questi giovani. Ragazzi cresciuti dentro i capannoni, in situazioni di grande precarietà, con logistiche spesso inaccettabili. Ecco - conclude - se le seconde generazioni cinesi non faranno uno scatto ulteriore, attribuendo le responsabilità là dove sono, sarà molto difficile trovare pacificazione e integrazione». (c.o.)
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