Trasporti
Vice sindaco duro con la comunità cinese: "Basta fare le vittime"
La rivolta all'Osmannoro crea interrogativi anche a Prato su quali saranno gli eventuali strascichi
PRATO. Sesto Fiorentino e Prato sono a un tiro di schioppo. Lì i cinesi cuciono borse, qui confezionano abiti. Lì la comunità orientale concentrata in un reticolo di capannoni dell'Osmannoro ha sempre mantenuto un basso profilo, qui 2mila cinesi sono scesi in piazza a febbraio per alzare la voce con le istituzioni. Chiedevano legalità e sicurezza per le loro famiglie nella stessa misura in cui il rispetto della legalità viene imposto nei capannoni.
La rivolta di Sesto Fiorentino
Ultimamente a Prato i cinesi si son fatti sentire in piazza con striscioni e megafoni, da sempre ai tavoli istituzionali, a Sesto si son ribellati ai controlli tra lanci di pietre, manganelli e feriti. Se questa è stata la conseguenza di un'ispezione congiunta di Asl e forze dell'ordine, una di quelle che rientrano nel piano triennale"Lavoro sicuro" varato nel 2014 dalla Regione Toscana (finora 4mila aziende controllate nell'area di Prato, Firenze, Empoli e Pistoia), vien da chiedersi se quelle scene di guerriglia urbana, scoppiate mercoledì sera dietro l'Ikea tra cinesi e forze dell'ordine, possano ripetersi un giorno anche a Prato. Non sono due mondi così distanti. Non è un caso che su Wechat il tam tam innescato dalla notizia della ribellione abbia fatto correre a Sesto tanti cinesi di Prato per portare solidarietà ai connazionali. Sarà la giustizia a fare luce su quanto accaduto a Sesto ma è innegabile che un certo sentimento di insofferenza si covi da tempo anche nelle fabbriche di Prato. «Anche qui i cinesi avvertono la pressione dei controlli - conferma Simone Faggi, vice sindaco con delega all'immigrazione - e anche qui è presente un sentimento di persecuzione. Ma devono capire che queste ispezioni non hanno uno scopo punitivo. Serve uno scatto in avanti: il vittimismo di chi si lamenta perché si sente troppo nel mirino dei controlli deve fare posto a un sentimento di cittadinanza. Avanti con i nostri percorsi di avvicinamento e inclusione, a partire dalla scuola, ma un certo vittimismo come quello della comunità cinese lascia il tempo che trova». Brucia ancora il ricordo del rogo di “Teresa Moda” che condannò a morte nel dicembre 2013 sette persone. Una brutta pagina per Prato e la Toscana: fu la molla che spinse poi il governatore Rossi a mettere in campo la poderosa task force di ispettori Asl con il progetto "Lavoro sicuro". Ma l'altra sera, a Sesto, qualcosa non è andato per il verso giusto.
«In quel capannone non abbiamo riscontrato gravi irregolarità, non ci sarebbero stati i presupposti per far scattare un sequestro», fa sapere Renzo Berti, responsabile regionale del patto "Lavoro sicuro". Quelli di Sesto li chiama capannoni "alveare", composti anche da una cinquantina di microimprese all'interno dello stesso stanzone.
«La realtà di Sesto è diversa da quella pratese rispetto alla possibilità di dialogare con la comunità cinese e con chi la rappresenta. Un'interlocuzione che è mancata a Sesto o in altre zone come Empoli dove, ad esempio, non esiste il modello adottato da alcune associazioni di categoria a Prato, in primis Cna che ha una sua costola composta da imprenditori cinesi. All'Osmannoro siamo in presenza di un sistema più "sfrangiato" e per alcuni aspetti meno governabile».
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