Sicurezza
«Corridoi umanitari per rimpatriare i migranti che non ottengono asilo»
Prato, il vicesindaco Faggi critica il sistema e chiede procedure più veloci: «Troppe incongruenze, nuove regole sono indispensabili»
PRATO. Sono di nuovo i profughi a preoccupare il prefetto Maria Laura Simonetti e di conseguenza il Comune. In particolare i nuovi arrivi: 11 migranti sono stati accolti a Prato che ha nuovamente superato quota 500 (503), la palazzina ex Anci (16 posti) di via Bologna che avrebbe dovuto restare vuota per "sicurezza" è un'altra volta piena e tra Stato (rappresentato dalla Prefettura) ed enti locali (ovvero i Comuni) a Prato, in materia di accoglienza, si continua a pensarla in modo diverso.
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In particolare sulle soluzione da trovare in caso di arrivi straordinari. Archiviata - pare definitivamente - la tendopoli a Mezzana. Ora in ballo ci sono capannoni e palestre. «Sì, ma siamo scuri che sia il modo giusto per dare ricovero a chi arriva? E quanto tempo occorrerà per sistemarle? Capannoni e palestre non possono non essere che sistemazioni momentanee». Simone Faggi, vicesindaco, profondo conoscitore del fenomeno dell’immigrazione (fino al momento della nomina in giunta è stato operatore legale per progetti di accoglienza per rifugiati politici) parte da una convinzione: «Non è giusto scaricare sui territori tutte le incongruenze del nostro sistema di accoglienza, per quanto l’Italia abbia fatto un gran lavoro».
A quali incongruenze si riferisce ?
«Partiamo da un dato di fatto che in Toscana viviamo ogni giorno: la formula dell’accoglienza diffusa, quella che stiamo utilizzando per smistare i profughi in piccoli gruppi sui territori, può reggere ma fino a un certo punto. Il punto di rottura è quello della saturazione dei territori. E dopo due anni può capitare».
E quando si raggiunge la saturazione cosa succede?
«Dopo è un problema. Ma bisogno trovare il modo di non arrivarci. Ed è questione che non può riguardare gli enti locali ma il governo centrale».
Cosa c’è di sbagliato?
«L’incongruenza principale è quella di inserire i migranti che si spostano per motivi umanitari, le grande masse di persone che si muovono spinti dalle fame e dalla povertà, nel sistema di protezione per richiedenti asilo. In Italia, come in latri Paesi, è un sistema lungo: prevede l’affidamento del migrante alle associazioni e almeno un paio di anni di attesa per espletare le pratiche burocratiche per ottenere o non ottenere l’asilo (un primo ricorso po l’appello ndr). Va benissimo per quelle persone che alla fine uno status ufficiale lo guadagnano, va malissmo per quelli che alla fine vengono espulsi dal sistema e sono la maggioranza. Dopo due anni di assistenza si ritrovano per strada, con l’unica prospettiva di diventare preda di caporali e delinquenti. Non credo che vivere nella marginalità dell’Occidente possa essere una risposta».
Quindi c’è bisogno di accorciare i tempi della burocrazia?
«Anche, sì. Bisognerebbe lavorare subito sulla procedura dell’asilo accorciando i temi della metà: un anno. Poi, come esistono percorsi umanitari di ingresso, bisognerebbe pensare a percorsi umanitari di ritorno, organizzati con le dovuto cautele, per accompagnare il migrante che qui è rimasto senza nulla nel suo Paese di origine. Questa è ormai è una richiesta che viene da molte amministrazioni locali».
Parla di mettere una tagliola?
«Assolutamente no, nessuna tagliola, ma pur nella disponibilità a mantenere quote di accoglienza stabili c’è bisogno di nuove regole».
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