Il dolore
In fuga per sopravvivere
Il vescovo Franco Agostinelli ha ricevuto sei richiedenti asilo ascoltando le loro storie
PRATO. Un viaggio in mare durato quattro giorni, due dei quali senza mangiare né bere. 117 persone a bordo di un barcone per arrivare sulle coste italiane dove non tutti gli imbarcati sono arrivati vivi. Racconta con un filo di voce e a occhi bassi il suo drammatico percorso che lo ho portato in Italia. E' la testimonianza di Ibrahima Sane che insieme ad altri cinque ragazzi è stato ricevuto dal vescovo di Prato Franco Agostinelli in un incontro voluto dal presule per capire i motivi che hanno spinto queste persone a lasciare la loro terra e arrivare qui. Loro sono alcuni dei migranti seguiti dalla Cooperativa 22 del Santa Rita e ospiti presso le strutture in Santa Caterina e in via Roma, e sono richiedenti lo status di rifugiati. Scappati dal loro paese e che ora attendono il parere della commissione ministeriale. Attualmente hanno il permesso di soggiorno in attesa del responso. Renza Sanesi, segretario generale del Santa Rita e presidente della Cooperativa 22, spiega come attraverso gli operatori venga ricostruita minuziosamente la storia di ogni emigrato attraverso dei mediatori affinché non ci siano fraintendimenti di lingua e far si che la loro vicenda sia il più chiara possibile. Il vescovo aveva già incontrato i ragazzi nelle case dove sono ospiti ma ha voluto di nuovo fare una chiacchierata informale con loro per conoscere meglio le loro storie. Roberto Macrì, presidente del Santa Rita, ha sottolineato come i richiedenti asilo siano persone non numeri, che lasciano le loro famiglie e che tutti gli operatori che li seguono se ne fanno carico nel migliore dei modi. E dai racconti è emerso come i ragazzi si sentano accolti. I sei giovani che siedono accanto al vescovo arrivano dal Senegal, dal Pakistan, dalla Nigeria, dal Mali e dalla Costa d'Avorio. Ognuno ha una storia. Alcuni hanno più vergogna a parlare e in poche parole (anche aiutati dall'operatrice Deborah Laschi) spiegano cosa li ha spinti ad arrivare in Italia. Destiny Chima arriva dalla Nigeria dove lavorava come benzinaio . «Sono arrivato qui per la libertà», dice. Youssuf Doumbia, invece, nel suo paese d'origine faceva il meccanico. «Mentre stavo aggiustando un camion - spiega - questo ha preso fuoco. Il titolare dell'officina voleva che ripagassi il mezzo distrutto altrimenti mi avrebbe ucciso. Non potendo sborsare tutti quei soldi sono dovuto fuggire». Bakar Abu è pakistano. «Ho impiegato due mesi per arrivare qui, attraversando i Balcani - racconta - Ho viaggiato a piedi e su mezzi di fortuna». Lavorava come agricoltore Ducansy Djegui nel Mali, per problemi di famiglia è dovuto fuggire. E poi Sylla Mbandi prigioniero per due mesi in Libia che è riuscito ad arrivare in Toscana. Monsignor Agostinelli ha ascoltato attentamente le vicende dei richiedenti asilo e lo ha definito un incontro breve ma significativo. «Sono contento di quanto gli operatori fanno per voi - ha detto il vescovo - E' giusto capire le vostre storie e i vostri problemi dei quali come diocesi ce ne facciamo carico. L'auspicio è quello che ogni istituzione faccia la sua parte».
Azelio Biagioni
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