Il Tirreno

Prato

«BpVi forte coi deboli, debole coi forti»

L’ispezione della Bce conferma il sospetto che la Popolare abbia tutelato i clienti “eccellenti” a scapito dei piccoli

4 MINUTI DI LETTURA





PRATO. Forte coi deboli, debole coi forti. È stata questa, secondo gli ispettori della Banca centrale europea, la strategia della Banca popolare di Vicenza durante l'ultima fase della gestione del presidente Gianni Zonin, ora indagato per aggiotaggio, falso in bilancio e ostacolo alle autorità di vigilanza. Le 103 pagine della relazione della Bce, di cui ha scritto ieri Repubblica, confermano i sospetti avanzati da più parti in questi mesi e sui quali sta lavorando anche la Procura di Prato che ha aperto un fascicolo con 16 indagati, tra cui l'ex direttore generale Samuele Sorato.

Perché debole coi forti, dunque? Perché i vertici di BpVi avrebbero tutelato alcuni grandi clienti a scapito di quelli piccoli e piccolissimi, che poi si sono ritrovati con azioni che non valgono più niente. Il meccanismo è abbastanza semplice. Secondo quanto ipotizzato dagli ispettori, e di cui sono convinti anche le Procure di Prato e Vicenza, la banca ha usato un sistema non consentito per autofinanziarsi, cioè di fatto obbligando i clienti ad acquistare pacchetti di azioni il cui valore (62,5 euro) era enormemente sopravvalutato grazie alle perizie del consulente Mauro Bini, professore alla Bocconi; e quando è stato chiaro che quel valore non era sostenibile avrebbe consentito solo a pochi, quelli che avevano investito di più o che avevano amici nei posti giusti, di disfarsene al prezzo iniziale. A tutti gli altri, che pure chiedevano di rivendere le azioni, è stato risposto picche.

Tra il gennaio 2014 e il febbraio 2015, calcolano gli ispettori Bce, almeno 200 ordini di vendita sono stati evasi per un controvalore di 21,8 milioni di euro, ma non nell'ordine cronologico: verosimilmente sono stati accontentati solo quelli che avevano i contatti giusti.

C'è poi la questione delle scritture private tra banca e cliente, che sono state rintracciate dagli ispettori. Si tratta di lettere d'impegno nella quale la banca garantisce al singolo cliente che riacquisterà tutte le azioni BpVi del suo portafoglio entro una certa data e con un certo rendimento. Gli accordi "blindati" riguardano 10 clienti per un controvalore di 38 milioni, mentre gli impegni più generici, ma comunque estremamente redditizi per chi ha potuto evitare la fregatura, riguardano 52 clienti per un controvalore di 182,2 milioni di euro.

Anche la Procura di Prato, che ha aperto un fascicolo ipotizzando il reato di estorsione, sta indagando su questo filone ma al momento gli inquirenti non si sbilanciano. Questi famosi impegni scritti dovranno trovare un riscontro oggettivo prima di essere portati davanti a un giudice. In questo stadio delle indagini la strategia del "forte coi deboli e debole coi forti" non integra nemmeno un reato, ma se verrà provata rappresenterebbe il "movente" del comportamento dei vertici BpVi: una operazione spregiudicata che non ha pestato i piedi ai clienti eccellenti e ha scaricato tutto il danno su quelli piccoli.

Secondo gli ispettori della Banca centrale europea, che hanno spulciato i conti di BpVi dal 26 febbraio al 3 luglio 2015, la Popolare avrebbe rifilato titoli rischiosi a ben 58.000 dei suoi 108.000 soci, oltre cinquemila dei quali vivono a Prato, undicimila in Toscana. Tra di loro c’è quasi certamente qualcuno che ha avuto un trattamento di favore, ma tutti gli altri ora si trovano in mano carta straccia. E non è che non se ne fossero accorti. Gli ispettori calcolano che dal gennaio 2013 al dicembre 2014 alla sede centrale di Vicenza sono arrivate 15.000 richieste di vendere le azioni, alle quali è stato invariabilmente risposto di no (salvo quelle poche eccezioni).

Quei risparmiatori sono stati trattati come se fossero esperti di finanza e sono stati loro venduti titoli senza gli adeguati avvertimenti sul rischio che correvano. In realtà si trattava di casalinghe, pensionati, artigiani che si sono semplicemente fidati dei funzionari di banca coi quali hanno confidenza da una vita, prima alla Cassa di risparmio di Prato e poi, dopo l’arrivo dei veneti, alla Popolare di Vicenza. Non sono stati a chiedersi se rischiavano di perdere tutto perché fino a quel momento evidentemente non avevano mai avuto motivo di dubitare.

L’inchiesta condotta dalla Procura di Prato, però, non si è concentrata sul caso più comune, cioè l’acquisto di un pacchetto di cento azioni (finanziato dalla banca) in cambio della concessione di un mutuo o di un piccolo prestito, perché in quei casi la banca potrebbe sempre eccepire che nessuno obbligava a prendere il mutuo da BpVi. I casi sotto esame riguardano semmai piccoli imprenditori a cui sarebbe stata ventilata la chiusura delle linee di credito se non avessero contribuito a finanziare la banca.

Paolo Nencioni

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa