Il dolore
Processo per il sottopasso di via Ciulli, il perito: «Esondazione evento imprevedibile»
Prato, la parola al consulente della difesa di Frasconi, ex dirigente comunale della Mobilità. I dubbi del pm Gestri, nella prossima udienza (9 settembre) la requisitoria
PRATO. L’ultima udienza - prima delle requisitoria fissata per il 9 settembre - del processo per omicidio colposo plurimo, per la morte di tre donne, affogate nel sottopasso di via Ciulli, trasformato in un fiume di acqua e melma, la notte del 5 ottobre del 2010, arriva il giorno dopo il “no” al dissequestro dell’infrastruttura da parte del tribunale (giudice Luca D'Addario) e su istanza della procura (pm Lorenzo Gestri).
Il sottopasso, in sintesi, secondo i magistrati, non avrebbe i requisiti di sicurezza necessari per garantire che la tragedia avvenuta sei anni fa, non si ripeta. Tragedia della quale, appunto, si è parlato venerdì 27 maggio, durante il prolungato esame del perito della difesa, l’ingegnere Alberto Nistri (perito della procura di Massa, chiamato a svolgere incarichi professionali per il Comue di Prato), incaricato dall’avvocato Olivia Nati che assiste l’ex dirigente comunale della Mobilità Lorenzo Frasconi, imputato assieme al direttore di Asm Sandro Gensini, all’allora direttore dei lavori del sottopasso Stefano Caldini e a Paolo Berti, dirigente di Trenitalia, di fatto società progettista del sottopasso.
I dati contenuti nella perizia di Alberto Nistri hanno dato una lettura “altra” a una delle questioni di fondo del processo: se, cioè, il Comune, nella figura del suo ex dirigente, avesse o meno dovuto attivarsi per evitare il rischio allagamenti nel sottopasso di via Ciulli.
«Il sottopasso - ha detto Nistri in udienza - è stato allagato tre volte, prima dell’episodio del 5 ottobre 2010 (108 millimetri di pioggia in poche ore ndr): nel 1996, nel 1998 e nel 2000». La prima volta l’infrastruttura è stata invasa dall’acqua in seguito a un temporale (3,4 millimetri di pioggia cumulata) ma a causa di un collettore rotto e poi sostituito. Due anni dopo l’invaso è stato allagato per via di un fortissimo temporale che ha scaricato 74,4 millimetri di pioggia (report dei vigili del fuoco), mentre nel 2000 l’allagamento è stato provocato dalla «disalimentazione delle pompe idrovore - ha detto Nistri - che non sono riuscite a eliminare i 65,60 millimetri di pioggia caduti quel giorno. In tutti e tre i casi, però - ha sottolineato il perito - gli allagamenti non sono stati provocati dall’esondazione del torrente Vella come invece è accaduto il 5 ottobre».
Notte nella quale nell’invaso di via Ciulli sono finti centinaia di metri cubi d’acqua provenienti - è stato provocato anche dalle perizie del giudice - dal corso d’acqua e dalle fogne a nord che non sono più riuscite a ricevere. Il ragionamento sottostante alla perizia, è semplice: dato l’evento eccezionale del 5 ottobre (esondazione) e data la mancanza di dati oggettivi che ricolleghino i precedenti allagamenti ai rischi del Vella, il Comune, nella persona di Frasconi, non si è attivato per mettere l’infrastruttura in sicurezza perché non poteva prevedere l’imprevedibile.
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Non solo, secondo Nistri - ma non era materia di perizia - le tre donne cinesi sarebbero state travolte dalla massa d’acqua fuori dalla Y10 che si trovava già dentro in tunnel «ma con un livello d’acqua - ha precisato il perito - che consentiva ancora l’apertura del portellone posteriore da dove è probabilmente è uscita una delle vittime. Le altre due, secondo la mia ricostruzione, erano uscite usano le portiere e tentavano di mettersi in salvo percorrendo a piedi a salita quando sono state investite dalla massa d’acqua».
Una tesi, quella della perizia di parte, che non ha convinto l’accusa (pm Gestri) che resta ben salda nella convinzione che un sottopasso non possa essere realizzato a solo dieci metri da un corso d’acqua e per di più, in quel tratto, privo della copertura. Secondo l’accusa - a differenza di quando sostenuto da Nistri - le pompe idrovore non funzionavano («anche se - è stato detto - non sarebbero mai riuscite a eliminare quel quantitivo di acqua). Infine, la tesi dell’accusa, mette in dubbio “l’imprevedibilità” di quell’evento, se pur eccezionale. (c.o.)
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