Sicurezza
Investì e uccise un diciannovenne Condannato a 26 mesi
Giancarlo Ravidà venne travolto la sera del 3 gennaio 2015 in via Valentini. L’accusa aveva chiesto tre anni
PRATO. E' stato condannato a due anni e due mesi di reclusione Habib Aznagh il cittadino marocchino di 29 anni accusato di omicidio colposo e omissione di soccorso per la morte di Giancarlo Ravidà, diciannovenne, originario di Foggia, investito la notte del 3 gennaio 2015 in via Valentini. Habib è stato condannato anche a pagare le spese processuali, è stato disposto il divieto di guidare l'auto per quattro anni e non è stata concessa alcuna provvisionale ai genitori del ragazzo che si sono costituiti parte civile (assistiti dall'avvocato Luca Brachi). Ed è il legale a precisare che : «In ordine al profilo del risarcimento del danno, i congiunti di Giancarlo hanno messo in secondo piano questa problematica e non hanno mai rivolto richieste risarcitorie specifiche».
Il processo con rito abbreviato davanti al giudice dell'udienza preliminare Francesco Pallini si era aperto mercoledì, nell'aula al secondo piano del Palazzo di giustizia. I pubblici ministeri Antonio Sangermano e Lorenzo Gestri avevano chiesto la condanna a tre anni.
Giancarlo Ravidà, figlio di un medico in servizio all'ospedale di Prato, fu trovato agonizzante in mezzo alla carreggiata di via Valentini e in un primo momento si pensò che potesse essere stato vittima di un'aggressione, ma ben preso si capì che era stato investito. Il conducente dell'auto, un giovane nordafricano, ora difeso dall'avvocato Leonardo Pugi, si costituì due giorni dopo raccontando di essersi soffermato qualche decina di metri più avanti, di aver aspettato l'arrivo dell'ambulanza e di essersi poi allontanato senza dire a nessuno che era stato lui a investire il diciannovenne.
Il processo che è arrivato a sentenza in tempi congrui, in un anno e quattro mesi, si è giocato, in prevalenza sulla questione dell'omissione di soccorso. Secondo il difensore di Aznagh, infatti, resterebbero grossi margini di incertezza «in quanto - ha spiegato Pugi in udienza - il mio assistito, nell'immediatezza dei fatti, ha sentito la testimone che ha dato l'allarme al 118, diciannove secondi dopo l'investimento, parlare con l'operatore sanitario che per tre volte ha ordinato che il ferito non doveva essere nè mosso nè toccato». «Questo spiega - ha proseguito il legale - perché Aznagh, pur restano sul posto, non ha prestato assistenza».
Una ricostruzione che ha convinto solo in parte il giudice Pallini - sulla base anche degli elementi presentati dall'accusa - che ha effettivamente assolto l'imputato dal comma 7 del reato di omissione di soccorso ("non ottemperava l'obbligo di prestare assistenza), condannandolo però per il comma 6 : "non ottemperava all'obbligo di fermarsi". Dove l'atto di fermarsi è evidentemente stato inteso come obbligo a dichiararsi autore dell'investimento, circostanza avvenuta quarantotto ore dopo l'investimento.
«Vedremo - ha concluso l'avvocato Pugi - se questa impostazione reggerà nei prossimi gradi di giudizio». Il legale, infatti, una volta lette le motivazioni della sentenza, deciderà se ricorrere in appello.
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