Sicurezza
Travolse e uccise un giovane La Procura chiede tre anni
Un marocchino di 29 anni è accusato di non aver prestato soccorso a Giancarlo Ravidà in via Valentini Lui si difende dicendo di essere rimasto a lungo sul posto. Ma non disse che era al volante dell’auto
PRATO. I pubblici ministeri Antonio Sangermano e Lorenzo Gestri hanno chiesto una condanna a tre anni di reclusione per Habib Aznagh, il marocchino di 29 anni accusato di aver travolto e ucciso, senza fermarsi a soccorrerlo, il diciannovenne Giancarlo Ravidà, originario di Foggia, la notte del 3 gennaio 2015 in via Valentini. Il processo con rito abbreviato davanti al giudice dell'udienza preliminare Francesco Pallini si è aperto ieri nell'aula al secondo piano del Palazzo di giustizia di Prato.
Giancarlo Ravidà, figlio di un medico in servizio all'ospedale di Prato, fu trovato agonizzante in mezzo alla carreggiata di via Valentini e in un primo momento si pensò che potesse essere stato vittima di un'aggressione, ma ben preso si capì che era stato investito. Il conducente dell'auto, un giovane nordafricano ora difeso dall'avvocato Leonardo Pugi, si costituì il 5 gennaio raccontando di essersi soffermato qualche decina di metri più avanti, di aver aspettato l'arrivo dell’ambulanza e di essersi poi allontanato senza dire a nessuno che era stato lui a investire il diciannovenne. La difesa ha sostenuto che al marocchino non può essere contestata l'omissione di soccorso, perché si trattenne a lungo sul posto prima di andarsene, mentre l'accusa ha insistito sul punto e non ha giudicato l'imputato meritevole delle attenuanti generiche. L'avvocato Luca Brachi, parte civile per i familiari di Giancarlo Ravidà, ha sottolineato come dalle perizie risulti che il conducente dell'auto aveva 25 metri di visibilità e il suo tempo di reazione sia stato di 1 secondo e 8 decimi, superiore di almeno tre decimi a quello standard. Inoltre avrebbe deviato a sinistra colpendo il giovane con la parte anteriore destra dell'auto. La parte civile ha chiesto un risarcimento provvisionale di 200mila euro a testa per i familiari di Giancarlo. Per il padre di Giancarlo, Giandomenico Ravidà, l'omissione di soccorso c'è eccome. «Quell'uomo si è fermato solo per sentire cosa diceva la gente sul posto - dice in una pausa del processo - e per capire se lo avevano visto. Poi si è costituito perché ha capito che lo avevano individuato grazie alle telecamere». La madre di Giancarlo invece ha voluto ringraziare le due giovani donne che avvertirono il118 e la chiamarono la sera stessa col telefono di Giancarlo rimasto sull'asfalto. Si chiamano Martina Mazzetti e Tuna Sechi. «Solo grazie alla loro tempestività - ha detto la madre - abbiamo potuto dare il consenso alla donazione degli organi di Giancarlo, ed evitare che morisse due volte». L'avvocato Pugi, difensore dell'imputato, ha parlato per oltre un'ora sottolineando come dopo soli 29 secondi dall’impatto tra l'auto e il giovane sia partita una chiamata di soccorso al 118 e che l'operatore della centrale si raccomandò di non toccare il ferito. Questo per dimostrare che il suo assistito non poteva far niente per salvare la vita di Giancarlo dopo l'incidente. I genitori però sottolineano il fatto che, presentandosi in Questura due giorni dopo, il conducente dell'auto ha evitato di essere sottoposto ai test sulla presenza di alcole o droga nel sangue. Il giudice leggerà la sentenza domani.
Paolo Nencioni
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