Il Tirreno

Prato

Sfruttamento, le aziende cinesi pagano in base alla nazionalità

Ilenia Reali
Una tintoria cinese (foto d'archivio)
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Una tintoria cinese (foto d'archivio)

Dopo il caso del controllo a Montemurlo si teme un ulteriore imbarbarimento. Ecco i listini delle paghe: agli africani i compensi più bassi

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PRATO. Gli stranieri che lavorano nelle aziende cinesi sono in aumento. Non sarebbe però ancora un fenomeno. Il caso di Montemurlo, con 20 africani trovati al lavoro (a nero) in un’azienda cinese, sarebbe appunto solo un caso anche se è innegabile che gli imprenditori orientali non hanno tra i propri dipendenti solo connazionali o italiani specializzati.

Stamperie, stirerie e anche tintorie e maglifici a conduzione orientale del resto negli anni hanno assorbito la gran parte di quei lavoratori, espulsi dal tessile della tradizione pratese, che arrivano dal Nord Africa, dal Pakistan e anche dal Senegal e dal Bangladesh. Per loro, avere la pelle scura, è un handicap perché nelle aziende cinesi - di fatto - si paga in base al paese di provenienza. E più il paese è considerato da loro meno nobile più diminuisce lo stipendio.

Gli italiani, di solito con professionalità molto elevate hanno contratti di 8 ore e vengono pagati con cifre eque (straordinari fuori busta), gli stranieri non cinesi ma con esperienza invece vengono pagati intorno a mille euro al mese per 12 ore per sei giorni mentre il lavoro festivo (praticamente obbligatorio) a 3-4 euro l’ora. Per loro i contratti, in base a fonti sindacali, non sarebbero mai full time.

Spesso part time, talvolta con un paio d’ore al giorno. I cinesi, per quel poco che si sa invece, arrivano a racimolare stipendi che superano i mille euro ma legati alla quantità di “pezzi” lavorati e non in base all’orario. Una sorta di tariffario che cambia in base al valore del lavoratore e che con l’arrivo di africani, senza alcuna esperienza, potrebbe portare a un gradino ancora più basso nella scala delle retribuzioni. Ecco perché la scoperta di 20 africani (perlopiù senegalesi) all’interno di una confezione cinese non può che essere pericolosa. Nel sistema dove regna l’illegalità infatti non può che significare un ulteriore impoverimento dei diritti dei lavoratori che «a Montemurlo - riferisce Stefano Melani, ispettore della polizia municipale - lavoravano con un promessa di uno stipendio di 700 euro, per il momento mai riscosso, per 12 ore di lavoro al giorno. Del resto si trattava di persone senza altre opportunità e in alcuni casi di stranieri che avevano fatto richieste di asilo».

Lavoratori insomma che per 500 euro (120 euro li avevano pagati di abbonamento del treno per arrivare dall’area pisana) per cui quello stipendio valeva oro.Settecento euro però è una cifra più bassa di quella pagata ai cinesi, ancorché clandestini, e naturalmente più bassa di quella che riscuotono i lavoratori pachistani che nel passato hanno maturato un po’ di professionalità nel distretto. Un risparmio per gli imprenditori cinesi che così possono contare su salari più bassi avendo eliminato il problema di dover trovare un alloggio per i propri operai.

«Dai dati che abbiamo - spiega Alfio Fedi, direttore del dipartimento di prevenzione dell’Asl e coordinatore degli ispettori del progetto Lavoro sicuro - emerge che in effetti il numero di lavoratori di nazionalità non cinese trovati nelle aziende a conduzione orientale sono molti. Per quanto riguarda le tintorie il 40% sono pachistani e un 15% nord africani. Nelle confezioni invece il 2% è nord africano e il 2% pachistano. Un numero a oggi insignificante. Mentre nella maglieria ci sono il 10% di pachistani. Dopo il caso di Montemurlo verificheremo se l’utilizzo di bassa manovalanza non cinese è in aumento».

Di sicuro il fenomeno è poco conosciuto e non è ancora importante dal punto di vista dei numeri, almeno quando si fa riferimento a chi non ha già un passato nel tessile. «Per il momento abbiamo trovato lavoratori di colore non in numero elevato nelle confezioni», conferma il comandante della polizia municipale Andrea Pasquinelli. «I risultati del controllo nell’azienda di Montemurlo - aggiunge - sono stati sorprendenti ma potrebbe essere l’iniziativa di un imprenditore orientale (non trovato sul posto ndr) particolarmente vispo. Se lo sfruttamento della manodopera africana è un fenomeno che troviamo in particolare al sud qui, a Prato, a questi livelli non lo avevamo mai visto».

Più indizi però fanno una prova e va ricordata, oltre al caso di Montemurlo, l’indagine della Finanza da cui era emerso lo sfruttamento di profughi di Prato nelle aziende agricole del Chianti. Segno che la criminalità ha messo gli occhi anche a Prato su questo tipo di forza lavoro tanto che il rischio è quello che si crei una forma di caporalato anche per le imprese dell’abbigliamento cinesi. «Non abbiamo niente di ufficiale - conferma infatti l’ispettore Melani - ma a mezza bocca i lavoratori trovati a Montemurlo hanno parlato di un connazionale, del Senegal, che aveva procurato loro quel lavoro. Altro però non hanno voluto dire. Lì era presente solo un controllare, cinese, e anche lui clandestino».

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