Il Tirreno

Prato

Falsi permessi, ci sono 213 indagati

La Finanza perquisisce case e uffici di cittadini cinesi, si profila un maxi-processo per i contratti di lavoro fasulli

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PRATO. Da una costola del procedimento penale che lo scorso 14 ottobre si è concluso con dieci condanne per il caso dei falsi certificati di residenza ai cinesi è nato un altro procedimento che potrebbe sfociare in un maxi-processo con oltre 200 imputati, 213 per la precisione, 212 cinesi e un’italiana, la ragioniera di Vaiano Silvia Bruni, già coinvolta nel precedente procedimento.

Si tratta della logica conseguenza dell’indagine avviata nel 2013 dal sostituto procuratore Antonio Sangermano, che accertò come centinaia di cittadini cinesi avevano presentato falsa documentazione per ottenere residenze altrettanto false allo scopo di regolarizzare la posizione di stranieri che altrimenti non avrebbero potuto stare in Italia, o che gradivano non essere rintracciati in caso di pendenze con la giustizia o col fisco (le false residenze erano necessarie, ad esempio, per aprire una partita Iva o per l'iscrizione alla Camera di commercio).

Un gruppetto di mediatori cinesi si preoccupava di raccogliere la documentazione (in genere falsi contratti di assunzione in confezioni fantasma), un’ex dipendente dell’Ufficio anagrafe del Comune le passava a una dipendente dell’Anagrafe che faceva andare avanti la pratica chiudendo un occhio, in cambio di soldi.

In questi giorni la guardia di finanza è impegnata in un lavoro ingrato: centinaia di perquisizioni in altrettante case o uffici di cinesi alla ricerca di 203 permessi di soggiorno che potrebbero essere stati rilasciati grazie ai falsi contratti di lavoro. Dei 213 indagati, 14 (compresa la ragioniera di Vaiano) sono accusati di aver creato la falsa documentazione lavorativa poi esibita in Questura per ottenere i permessi di soggiorno e di aver favorito la permanenza in Italia di stranieri irregolari, mentre tutti gli altri di aver utilizzato la falsa documentazione.

Un affare, secondo quanto ricostruito dal sostituto procuratore Sangermano, che andava avanti dall’aprile 2011 e che fu scoperto nel dicembre 2013, nei giorni in cui i riflettori si accesero su Prato per l’incendio della confezione Teresa Moda dove morirono sette operai cinesi.

Lo scorso 29 aprile il magistrato ha firmato i decreti di perquisizione e da quel giorno i finanzieri stanno bussando alle porte dei cinesi per farsi dare i permessi di soggiorno. Un lavoro improbo, si diceva, visto che molti di quegli indirizzi sono inutili. I cinesi non stanno più lì, oppure non ci sono mai stati. Ci vorranno settimane, se non mesi, per tirare le fila della ricerca e alla fine allegare tutto agli atti di un processo che non appare di facile gestione.

L’esempio lo sta dando in questi giorni il maxi-processo di Firenze con quasi trecento imputati per i miliardi di euro spediti in Cina col canale dei money transfer. Un procedimento che è in fase di udienza preliminare a sei anni dai primi arresti e che quasi certamente cadrà in prescrizione per la gran parte dei reati.

Paolo Nencioni

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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