Attenzione
Se la confezione diventa un’opera d’arte
Lo sguardo del pittore Liu Xiaodong sulle migrazioni, in mostra a Palazzo Strozzi, parte dalla Chinatown di Prato
PRATO. C'è una scena, tra quelle dipinte dall'artista cinese Liu Xiaodong e in mostra alla Strozzina di Firenze fino al 29 giugno, la cui ambientazione i pratesi hanno visto decine, centinaia di volte. Il quadro ritrae l'interno di una confezione cinese con un gruppo di persone riunite intorno a un tavolo. Giocano a mahjong, probabilmente, mentre un operaio sullo sfondo è impegnato con la macchina da cucire. L'abbiamo vista tante volte, questa scena, ma quasi sempre con l'aggiunta di altri personaggi, le divise dei vigili urbani, della polizia, della guardia di finanza impegnate nei controlli alle aziende cinesi. Sono le foto che regolarmente il Comune o le forze dell'ordine inviano ai giornali in occasione delle ispezioni della Squadra interforze.
Ecco, i quadri di Liu Xiaodong in mostra alla Strozzina di Palazzo Strozzi (orario 12-20, ingresso 5 euro, il giovedì gratis dalle 12 alle 23) restituiscono dignità umana a situazioni che ci siamo abituati ad associare ai "mattinali" della polizia.
Originario della provincia di Liaoning, 53 anni, Liu ha trascorso alcuni mesi in Toscana, tra lo scorso autunno e quest’inizio di primavera, scattando foto che poi sono diventate modelli per le sue grandi tele. Ne è venuto fuori un lavoro sulle migrazioni, che è il titolo della mostra, con uno sguardo che partendo dalla Chinatown di Prato arriva a Vienna, Bodrum e Kos, cioè i luoghi di snodo dei flussi migratori, col loro carico di speranza e sofferenza.
E' c'è un bel pezzo della Prato che guarda a est dietro alla ricerca di Liu: Huang Miao Miao, il fotografo Mirko Lisella, Giorgio Bernardini, Sara Iacopini, Massimo Bressan, solo per citare alcuni nomi coinvolti nel progetto, che prevede anche una serie di letture nelle prossime settimane.
"Migrazioni" è introdotto da un video di 17 minuti che racconta il lavoro preparatorio di Liu e che parte proprio da Prato, dalle strade di Chinatown. L'artista cinese avrebbe voluto filmare gli interni delle abitazioni dei suoi connazionali, e in parte lo fa, ma poi ci ha ripensato dopo aver parlato con una donna che gli ha spiegato la distanza tra le aspettative di molti orientali e quello che effettivamente trovano, le abitazioni condivise, la promiscuità, le lunghe giornate di lavoro. «Noi cinesi siamo molto diversi dagli italiani che lavorano e poi fanno la pausa caffè - dice Liu - Gli italiani che hanno le ferie. Noi cinesi non sappiamo prenderci le ferie, mi dispiace. I cinesi ritengono che lavorare duramente, ricevere lo stipendio, e poi tornare a casa a contare i soldi sia un vero piacere, più piacevole di una vacanza».
Eravamo come loro, un tempo? Forse sì. Così almeno ci vedevano i francesi non più tardi del 1980, quando Le Monde titolava "Prato: un Hongkong à l'italienne". Eravamo i cinesi d'Italia, specializzati nell'autosfruttamento come lo sono ora i cinesi di Wenzhou. Una stanza della mostra raccoglie articoli di giornale e foto della Prato degli anni Settanta e degli anni Dieci del nuovo millennio. Cambiano le fisionomie, non le ambientazioni. Mentre lo sguardo di Liu Xiaodong nelle altre sale spazia verso il mare che è diventato una tomba per molti migranti, il mare dove è morto il piccolo Aylan, il bambino siriano di tre anni trovato cadavere la scorsa estate sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Liu è andato a cercarla quella spiaggia, ha percorso chilometri e chilometri, non è sicuro di averla trovata e nel video si scusa: «Io sono un pittore, ho fatto del mio meglio, sono arrivato dove potevo arrivare». Abbastanza lontano dai luoghi comuni
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