La manifestazione
«Vogliamo giustizia per i nostri cari»
Alla vigilia dell’udienza preliminare parlano i parenti degli anziani maltrattati nella Rsa. Il sindaco: «Sono con voi»
PRATO. Il Comune di Prato ha intenzione di costituirsi parte civile nel procedimento a carico degli operatori della casa di riposo di Narnali accusati di maltrattamenti nei confronti degli anziani ospiti. Non lo ha ancora fatto ma l'intenzione è stata ribadita dal sindaco Matteo Biffoni in una conferenza stampa in Comune, presente l’avvocato Rachele Santini dello studio Rocca Nigro, a pochi giorni dall'udienza preliminare che giovedì 21 aprile dovrà decidere sull’eventuale rinvio a giudizio di 13 dei 17 indagati (per altri quattro la Procura ha chiesto il proscioglimento).
«Quando si colpisce una comunità negli affetti più cari - ha detto il sindaco - si crea una breccia e la comunità perde un tassello. Siamo qui per testimoniare la nostra vicinanza ai familiari, e perché si continui a fidarci delle istituzioni».
«Nessuno di noi avrebbe immaginato che potessero succedere quelle cose - ha detto uno dei familiari presenti in Comune, che preferise non dire il proprio nome - e ora vogliamo giustizia».
«Ci aspettiamo che le pene siano commisurate alla gravità dei fatti - ha aggiunto un'altra familiare - Ci siamo affidati a quella che sembrava essere una delle migliori strutture del territorio, sembrava essere il fiore all'occhiello. Non pensiate che abbiamo lasciato lì i nostri anziani e ci siamo dimenticati di loro, siamo stati costantemente presenti e attenti, ma evidentemente c'erano situazioni di cui non ci siamo accorti. Può capitare a chiunque, ma non deve accadere più. Ci aspettiamo anche che situazioni precedenti vengano ricollegate a quelle che sono oggetto dell'indagine».
Nella sala giunta del Comune era presente anche Silvana Maccherini, la vedova di Luigi Badii, un uomo deceduto nel luglio 2014. «Per due volte, nel 2011 e nel 2012 ho segnalato cose strane - ha detto - Avevo notato che mio marito aveva dei lividi, ne parlai con la direttrice della struttura, una dipendente dell'Asl, e coi carabinieri, ma non ho più saputo nulla. So che venne un carabiniere in borghese, mi dissero che non potevano mettere telecamere nascoste».
Roberta Borciani, figlia di una donna tuttora ospite della casa di riposo di Narnali, ha lo stesso sospetto. «Il 6 giugno 2015 - racconta - poco prima che scoppiasse lo scandalo, ho notato un grosso livido sul braccio di mia madre e ho chiesto spiegazioni, che non mi sono state date dal personale. Anche in precedenza avevo notato cose strane, non ero convinta della terapia a cui era sottoposta, l'ho trovata spesso sedata. Mia madre era ospitata al primo piano, mentre le telecamere nascoste sono state messe a piano terra, e di lei non parlano le testimonianze nell'inchiesta, ma il sospetto che sia accaduto qualcosa mi resta».
Secondo i familiari non ha funzionato il sistema di controllo dell'Asl e del Consorzio Astir e vorrebbero che le indagini scavassero anche in questa direzione. Con la nuova gestione della Rsa di Narnali, dicono i familiari, il clima sembra più sereno, «ma visto quello che abbiamo passato non mettiamo più la mano sul fuoco per nessuno».
Lo scandalo dei presunti maltrattamenti nella casa di riposo di Narnali scoppiò il 10 luglio 2015, quando scattarono nove provvedimenti di sospensione dal servizio per altrettanti infermieri e operatori della Rsa (altri 8 vennero indagati). Dei nove sospesi, due erano dipendenti dell’Asl (che poi li ha licenziati insieme a un terzo, indagato), gli altri dipendenti del Consorzio di cooperative Astir, che gestiva la casa di riposo.
L’Azienda sanitaria rescisse immediatamente la convenzione con Astir affidando la gestione alle Misericordie e non è escluso che si costituisca parte civile all’eventuale processo.
Paolo Nencioni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
