Il Tirreno

Prato

Lo scatolone mangia-soldi

di Paolo Nencioni
Lo scatolone mangia-soldi

Creaf, se ne parla dal 2003: è il buco nero dove spariscono i fondi pubblici

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PRATO. Scatolone vuoto, cattedrale nel deserto o semplice bluff. Tutte le definizioni al momento sono corrette per descrivere l’ex Lanificio Olmi, ora Creaf, in futuro non si sa bene. Vale a dire il capannone da 12.000 metri quadri al 34 di via Galcianese sul quale ha acceso i riflettori un’inchiesta per malversazione del sostituto procuratore Lorenzo Boscagli in seguito a un esposto presentato dalla consigliera comunale Marilena Garnier.

In realtà lo scatolone proprio vuoto non è. Dentro ci sono un bel po’ di soldi pubblici, chi dice 22, chi 25 milioni di euro. Sono quelli serviti per acquistarlo a un prezzo non proprio di favore e gli altri usati per i lavori di ristrutturazione non ancora finiti, dopo oltre dieci anni.

Fatte le debite proporzioni, è un po’ la nostra Salerno-Reggio Calabria, un’opera che di volta in volta i politici di turno hanno promesso e giurato che stava per essere inaugurata, che era questione di mesi, che non bisognava aver fretta, ma che poi è rimasta inesorabilmente chiusa. Un portone sprangato giusto di fronte a un’altra gloria pratese caduta in disgrazia, il capannone dove fece le sue fortune il maglificio Osvaldo Bruni prima del fallimento.

Il traffico delle auto è incessante e quasi nessuno fa caso a quel capannone anonimo senza un’insegna, ma il buco nero che per il momento ha inghiottito quella montagna di soldi pubblici è proprio lì. La metà, si calcola, sono arrivati dall’Unione europea, il resto in gran parte dalla Provincia, in due tranche, prima come finanziamento e poi come prestito (non restituito).

Del Creaf, acronimo che sta per Centro ricerche e alta formazione, si cominciò a parlare nel 2003, quando la provincia era presieduta da Daniele Mannocci, che poi lasciò il progetto in eredità ai successori Massimo Logli e Lamberto Gestri, tutti di centrosinistra. Gli obiettivi erano nobili: ricerca, sviluppo, trasferimento di tecnologie e conoscenze; miglioramento della qualità della produzione locale; valorizzazione delle risorse umane. Formulazioni sufficientemente vaghe per contenere tutto e niente. Nel febbraio 2005 si comincia a mettere il nero sul bianco e una delibera della Provincia stima il fabbisogno finanziario in 16.536.000 euro. Ma in precedenza era stato individuato l’immobile di via Galcianese. Non con un bando, ricorda l’ex consigliere provinciale Riccardo Bini (ex Pdl, ex Futuro e libertà, poi indipendente), il primo a sollevare il caso Creaf, ma con un avviso pubblico al quale risposero tre soggetti. La commissione scelse l’ex lanificio Olmi, che un paio di anni prima era stato acquistato da Nicola Di Francesco (titolare della Viscotex) si disse per circa 5 milioni. Quando viene rivenduto alla Provincia costa 8.450.000 euro più Iva. Ma non è certo pronto per ospitare un centro ricerche e tantomeno di alta formazione. Serviranno altri 7 milioni per ristrutturarlo, che poi raddoppiano col passare del tempo, senza peraltro produrre qualcosa di concreto. Tanto gioco a centrocampo, ma manca sempre l’affondo decisivo.

Intanto però è stato nominato un presidente, Luca Rinfreschi, e il Creaf almeno distribuisce ricchezza sotto forma di incarichi a professionisti e progettisti. Uno di questi, per 450.000 euro, tocca allo studio di Mario Gestri e Francesco Ballerini (quest’ultimo figlio di quello che sarà l’assessore al Bilancio in Comune).

Siamo quasi ai giorni nostri, al timone del Creaf è stato nominato l’amministratore delegato Laura Calciolari e per superare l’impasse nel luglio del 2013 la Regione tira fuori dal cassetto il progetto TexTech, un centro italo-cinese sul tessile che avrebbe trovato casa proprio al Creaf. Progetto sonoramente bocciato dall’allora sindaco Roberto Cenni che temeva la svendita della conoscenza pratese ai concorrenti cinesi. TexTech, inutile dirlo, non ha mai messo piede in via Galcianese, ma potrebbe riempire una parte dello scatolone se il Creaf non verrà definitivamente affossato dalle inchieste. Nel frattempo ha cambiato scopo sociale: ora punta a facilitare il compito di chi importa ed esporta sull’asse Italia-Cina. O meglio, lo farebbe se questo benedetto Creaf un giorno o l’altro venisse inaugurato.

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