Sicurezza
Zara respinge una partita di filato
Critiche dei pratesi alla società. «Ha rimandato la merce perché non era perfetta. Ma vuol pagare solo 9 euro al chilo»
PRATO. Una volta era di serie B, ora fa tendenza. Caccia al filato riciclato, etico, ecologico e sostenibile: lo cercano sempre più i grandi marchi della moda e dell'abbigliamento, quelli che aderiscono al programma Detox di Greenpeace.
Sì, lo cercano anche a Prato. Ma c'è filato e filato. Il discrimine sta tutto sulla quantità di parametri Apeos (alchifenoli etossilati), sostanze chimiche il cui utilizzo nei cicli di produzione è vietato in Europa ormai da diversi anni ma che può entrare in Italia attraverso l’importazione delle materie prime. Zara lo sa ed è per questo motivo che di recente ha respinto una partita di filato riciclato non congeniale ai suoi standard di sostenibilità. La colpa del fornitore pratese? Non avrebbe eliminato i famigerati Apeos dal processo di riciclo del filato
La notizia, che circola negli ambienti pratesi dei produttori di filati, la dice lunga sulle pretese sempre più sofisticate di un sistema-moda che strizza l'occhio al riciclo in chiave di sostenibilità. E su quanto la strada del distretto pratese sia ancora lunga rispetto a questi temi nonostante l'adesione al Detox di un bel nucleo di 27 aziende pratesi nel solco di Confindustria, a favore appunto dell'ecosostenibilità. Fondamentale, per l'azzeramento degli Apeos, è la catena della filiera del riciclo: non basta partire da un filato 100% di lana o cachemire vergine fatto in Italia. Il punto è che nel 90% dei casi la fornitura di maglie per il cardato da riciclo viene importata dall'America o da paesi extraeuropei in cui l'attenzione per i tensioattivi tossici appartenenti alla famiglia degli Apeos è ancora bassa.
«A Prato il riciclato l'abbiamo sempre fatto per risparmiare, ora i clienti lo cercano per elevare il proprio livello e perché è più "etico": in altre parole, era di serie B, ora è "cool"». Non fa una piega la riflessione di Federico Gualtieri, vice presidente della pratese Filpucci che da un paio d'anni realizza un filato "ecofriendly" riciclando scarti di cachemire direttamente dalle grandi case di moda senza sostanze con impatti inquinanti: di "Ninetyfive" - così si chiama questa collezione di filato frutto della new regeneration - l'azienda ne vende 30mila chilogrammi all'anno.
Il numero due di Filpucci è al corrente dell'episodio che vede coinvolta Zara (top secret rimane il nome del fornitore con cui il marchio del gruppo Inditex ha avuto problemi) su una partita di filato riciclato.
«Il collega non ha colpe. Vorrà dire che se Zara vuole un prodotto con determinate caratteristiche andrà a spendere di più sul rigenerato, non certo 9 euro al chilogrammo...».
Magari il doppio, o anche il triplo: la sostenibilità, d'altronde, ha un costo. Non c'è solo Zara.
A livello mondiale H&M ha lanciato un progetto di raccolta globale degli abiti usati, con oltre 25mila tonnellate di abiti dismessi dei quali vorrebbe riutilizzarne le fibre, vedi la prima collezione denim con cotone riciclato.
«Spesso nella filosofia di questi marchi - fa notare l'imprenditrice Raffaella Pinori (Pinori Filati) - si scorge un’ipocrisia di fondo: la democrazia della moda che esige prezzi bassi per il consumatore non si concilia con un’idea di sostenibilità fondata su rigorosi controlli sulla filiera a 360 gradi. Se si dovesse fare per bene un'analisi su ogni partita di riciclato...».
Targata "Pinori" è la nuova linea di filati ecologici recuperati da vecchi scarti di jeans che vengono tagliati e ridotti in fibre per poi entrare nel normale ciclo di produzione di filatura.
Prato, nel riciclo, continua a crederci e a reinventarsi. E sempre più aziende stanno affinando le loro tecniche di riciclo e i parametri che vengono richiesti.
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