La manifestazione
Giustizia lenta, un processo nato morto
Ci sono voluti quasi sei anni per arrivare all'udienza preliminare nel procedimento per il maxi-riciclaggio di denaro dall'Italia alla Cina e molti reati rischiano di cadere in prescrizione
PRATO. Il processo sull’enorme emorragia di denaro volato da Prato (ma non solo) alla Cina tra la fine del 2006 e il 2010 (in gran parte servito per pagare partite di tessuti) ci insegna che nemmeno un Tribunale come quello di Firenze è in grado di gestire un numero così alto di imputati, perché tutte le farraginosità della giustizia italiana si moltiplicano e si amplificano quando si tratta di giudicare quasi trecento persone. E quando la giustizia non è in grado di produrre una sentenza in tempi ragionevoli in un procedimento di questa capitale importanza significa che dobbiamo fare i conti con una sconfitta.
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Qualcuno certamente ha sbagliato i calcoli all’inizio di questa vicenda, perché i Tribunali non servono per fare la storia, la loro funzione è accertare eventuali reati e punirli con la giusta pena. Altrimenti ci si deve accontentare di una delle tante sentenze che stabiliscono un principio ma subito dopo alzano bandiera bianca perché è passato troppo tempo. Con un pericolosissimo corollario: se ho commesso un reato e la giustizia non mi punisce, mi sento autorizzato a commetterlo di nuovo. Che il caso money transfer rischiava di finire così lo si era capito già nel 2013, quando furono chiuse le indagini e si cominciò a notificare gli atti. Sono passati quasi tre anni e ancora siamo all’udienza preliminare.
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