Attenzione
Bpvi, vertice in procura tra Prato e Vicenza
I soci pratesi arrabbiati spiegano perché voteranno no in assemblea. Lettera Bce: «Trasformazione o rischio messa in risoluzione»
PRATO. Vertice in procura tra Prato e Vicenza sulla questione Bpvi. Ieri mattina nell’ufficio del procuratore capo Giuseppe Nicolosi si sono incontrati i sostituti Luigi Salvadori e Gianni Pipeschi che seguono l’inchiesta vicentina (quattro le ipotesi di reato: falso in bilancio, associazione per delinquere, aggiotaggio e ostacolo agli organi di vigilanza) con i magistrati pratesi: Nicolosi, appunto e i sostituti Laura Canovai e Lorenzo Boscagli (ipotesi di reato: estorsione) per fare il punto della situazione. Il primo e probabilmente non l’ultimo summit da quando le due procure, mesi addietro, hanno avviato inchieste parallele ma diverse sulla gestione della Popolare di Vicenza. Al confronto hanno partecipato anche il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Prato Amedeo Farrruggio, il comandante del Nucleo di polizia tributaria Bruno Baldini e i colleghi vicentini. Insomma un confronto investigativo ampio nel quale inquirenti e investigatori hanno “scoperto le carte” per meglio coordinare anche le mosse future. Perché le inchiesta sulla Bpvi, questo è certo, resteranno, per il momento, separate: ognuno proseguirà lungo la propria strada investigativa senza sovrapposizioni. Tra l’atro - si fa notare i procura - anche gli indagati (16 a Prato, 6 a Vicenza) sono diversi fatta eccezione per l’ex dg Samuele Sorato. Inoltre l’indagine pratese ha preso avvio “dal basso”, grazie alle denunce di alcuni soci che hanno raccontato dei metodi coercitivi utilizzati dalla banca per “piazzare” le azioni.
E mentre le inchiesta galoppano, si avvicina l’appuntamento di sabato giorno nel quale a Gambellara, in provincia di Vicenza, in un capannone industriale, a partire dalle 9 del mattino, almeno diecimila soci saranno chiamati a dire si o no all’aumento di capitale per un miliardo e mezzo, alla trasformazione della banca in spa e all’ingresso in borsa. Particolarmente agguerrito il drappello di pratesi che ha affidato la delega all’architetto Bruno Caparrotti (dieci persone ma i partecipanti saranno di più), determinati ad andare controcorrente e a votare “no”. «Si tratta - spiega Caparrotti - di un “no” tecnico: non ci sentiamo di avallare un’operazione che, a nostro giudizio, manca degli estremi di legittimità. La banca - prosegue - ha presentato un bilancio non veritiero continuando a mantenere in pancia quel miliardo e oltre di liquidità che però proviene da vendite di azioni finanziate dall’istituti stesso. La legge è chiara: gli istituti di crediti che hanno bilanci falsati non possono trasformarsi in spa, da qui il nostro vonto “contro”». Ma c’è anche un altro motivo per il quale i soci pratesi traditi da Bpvi volteranno le spalle alla trasformazione della banca: «Il fatto che noi crediamo profondamente - prosegue Caparrotti - nell’azione giudiziaria e mai vorremmo trovarci di fronte, un domani, ad avvocati di controparte che ci fanno notare che alla fine all’assemblea di Gambellara, ci siamo uniti al coro». Dunque una parte dei soci pratesi Bpvi prosegue nella linea di scontro frontale. Posizione, che alla fine, probabilmente risulterà minoritaria anche alla luce della lettera che il 24 febbraio scorso la Bce, la Banca Centrale Europea, ha fatto recapitare alla sede centrale Bpvi e pubblicata ieri mattina dal quotidiano “La Stampa”. Chiaro l’ammonimento: se la banca non procederà con l’aumento di capitale, la trasformazione in spa e quotazione in borsa, rischia il la messa in risoluzione. «Bpvi è a un bivio - c’è scritto nella missiva - nel caso in cui uno qualsiasi degli elementi del progetto non fosse approvato e la banca non rispettasse i requisiti patrimoniali, si renderebbe necessario adottare misure di vigilanza, incluso l'esercizio dei poteri previsti dal Testo Unico Bancario». In sostanza - dice Bce - verrebbero attivate tutte quelle procedure per reperire capitali freschi fino ad applicare il bail-in (“salvataggio interno) che prevede l’uso di risorse interne di azionisti e obbligazionisti. (c.o.)
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