Attenzione
Strage, dure condanne Un messaggio alla città
Il giudice ha inflitto pene più pesanti di quelle chieste dall’accusa ai proprietari italiani del capannone dove morirono sette operai cinesi
PRATO. È una sentenza, ma è anche un messaggio alla città quella pronunciata ieri dal giudice Giulio Fanales al termine del processo contro i proprietari italiani del capannone della Teresa Moda, dove il 1° dicembre 2013 morirono sette operai cinesi a causa di un incendio.
La sentenza, certamente inattesa con queste proporzioni, condanna Massimo e Giacomo Pellegrini a sei anni e sei mesi di reclusione ciascuno per concorso in omicidio plurimo e incendio colposo (l’accusa aveva chiesto 4 anni e 10 mesi).
Il messaggio è rivolto principalmente ai proprietari immobiliari e significa questo: decidere di affittare un immobile privo dei necessari requisiti di sicurezza è un reato e d’ora in poi non verrà più tollerato.
Non è certamente una buona notizia per chi in questi anni ha lucrato sulle confezioni e sui pronto moda cinesi affittando i capannoni svuotati dalla crisi del tessile e facendo finta che fosse tutto a posto. È certamente una buona notizia per la città e per chi in quei capannoni ci lavora. E ancora: è una pessima notizia per tutti quei confezionisti cinesi che sono stati complici degli immobiliaristi senza scrupoli. Molti capannoni dovranno essere messi a norma e il costo degli adeguamenti inevitabilmente si scaricherà in parte sul costo degli affitti.
L’udienza di ieri mattina si è aperta poco dopo le 9 per le eventuali repliche del pubblico ministero Lorenzo Gestri, che ha rinunciato, ed è stata aggiornata alle 11,30. Poco dopo mezzogiorno il giudice ha letto il verdetto davanti a un’aula affollata come non mai. C’era la Procura al completo dietro al pm Gestri, col procuratore capo Giuseppe Nicolosi in testa, a dimostrazione che la pubblica accusa ci ha messo la faccia, a differenza dei due imputati, che non si sono mai presentati in aula.
Il giudice li ha ritenuti colpevoli di concorso in omicidio colposo plurimo e incendio colposo, assolvendoli dall'accusa di lesioni colpose. Disposti anche alcuni risarcimenti provvisionali, il più ingente dei quali, mezzo milione di euro, tocca all'Inail per le somme già erogate alle famiglie delle vittime. Il giudice ha ordinato la trasmissione degli atti in Procura perché valuti la falsa testimonianza di Giulio Iezzi, amministratore di condominio, un teste sentito durante il dibattimento, che disse cose poi smentite dall’istruttoria.
«Leggeremo la sentenza - ha commentato a caldo l'avvocato Alberto Rocca, difensore dei fratelli Pellegrini - Ovviamente non la possiamo condividere. Ci siamo battuti per una causa giusta. Il timore rispetto a questa sentenza è che ci sia stato un eccessivo allargamento delle responsabilità quando invece servirebbe una maggiore precisazione delle responsabilità. È certamente una sentenza che non ha precedenti, mi auguro che altri giudici possano ribaltare questo approdo».
I suoi assistiti infatti, titolari dell’immobiliare Mgf, ora trasformata in srl, hanno sempre sostenuto di essere all’oscuro delle irregolarità nel capannone di via Toscana (uscite di sicurezza, impianto antincendio, impianto elettrico) e di non sapere in quali condizioni vi si lavorasse. L’istruttoria condotta dal pubblico ministero Gestri invece ha convinto il giudice che i fratelli Pellegrini sapessero e che abbiano coscientemente accettato il rischio che succedesse quello che poi è successo, la strage del Macrolotto. Non li hanno uccisi loro, insomma, quei sette operai cinesi (Zheng Xiuping, Rao Changjian, Lin Guang Xing, Wang Chun Tao, Dong Wenqiu, Su Qifu e Xue Xieqing) ma ne portano la colpa insieme ai confezionisti già condannati col rito abbreviato (le sorelle Lin Youlan e Lin Youli insieme al marito di quest’ultima Hu Xiaoping) perché sapevano che il capannone non era a norma quando lo affittarono per la prima volta ai cinesi e a ogni rinnovo di contratto.
Il sostituto Lorenzo Gestri si è imbarcato in un processo lungo, difficile e inedito. E alla fine ha vinto la sua scommessa, portando a casa una sentenza che è anche un monito.
Paolo Nencioni
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