Il Tirreno

Prato

Niente sussidio a invalido per l’errore del patronato

L’Inps nega l’indennità di disoccupazione a un operaio rimasto senza lavoro dopo un delicato intervento al cuore. Oggi l’esame del ricorso

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PRATO. Il primo boccone amaro l'ha ingoiato a settembre quando gli è arrivata la lettera di licenziamento, dopo un anno e mezzo di assenza forzata per malattia. Un anno e mezzo di dure battaglie per ritornare a vivere, la speranza di un cuore tutto nuovo grazie a un trapianto. Prima l'infarto due anni fa, poi il lungo cammino per il recupero finché l'azienda lo ha licenziato "per giusta causa". Il secondo boccone fa ancora più male al 44enne Massimo Mazza, che da quattro mesi a questa parte bussa alla porta dell'Inps per farsi riconoscere un diritto negato, quello a ricevere il sussidio di disoccupazione (Naspi) dopo la fine di un rapporto di lavoro durato ben 18 anni con l'ex azienda. Non che Massimo non ne avesse diritto, anzi. A beffarlo, un errore materiale compiuto - e poi ammesso - dal patronato cui era stato dato mandato di sbrigare le pratiche connesse alla Naspi. Quell’errore è costato caro a Massimo e alla moglie Catia che ora rischiano di rimanere a bocca asciutta e di perdere una sostanziosa fonte di reddito per sopravvivere. Questa è una storia di malattia, di ingiustizie e di complicazioni burocratiche. Ma andiamo per ordine.

La malattia. Il calvario per i coniugi Mazza inizia il 17 febbraio 2014, una data che rimarrà per sempre scolpita nella loro memoria: l’operaio che lavora in una ditta di Scandicci viene colpito da infarto mentre si trova nella sua casa di Vaiano. A Siena i medici gli salveranno la vita grazie a un complicato intervento di trapianto. La degenza è lunga, per due mesi Massimo e Catia vivono praticamente a Siena. Lui ricoverato, lei va avanti a furia di permessi: la donna lavora con un contratto a termine ad uno sportello dell’Asl 4 per una cooperativa che gestisce i servizi per conto dell’azienda sanitaria. Contratto che di lì a poco non le verrà più rinnovato. «A settembre mio marito ha ricevuto la lettera di licenziamento – racconta Catia Atzeni - L’azienda ha motivato la “giusta causa” col fatto che non avrebbero più trovato la mansione adatta a lui. In realtà, avrebbero potuto spostarlo benissimo dal magazzino per un compito più "leggero"». Con un’invalidità dell’85%, Massimo diventa una “categoria protetta”. L’Inps, nel frattempo, gli riconosce un assegno ordinario di invalidità (490 euro al mese) ma le sue condizioni di salute peggiorano: fior di quattrini vengono spesi per la fisioterapia e la magnetoterapia che dovrebbero alleviargli i problemi alle ossa. L’ex operaio è costretto a stare sulle stampelle per una lesione femorale e una osteonecrosi alle anche. Così i soldi del Tfr rischiano di andare rapidamente in fumo mentre Catia, a questo punto anche lei disoccupata, deve assistere il marito con un mutuo da pagare sulle spalle.

L’errore. Il 16 settembre la coppia di Vaiano dà mandato al patronato di richiedere all’Inps la Naspi: quell’indennità servirebbe almeno a tirare un po’ il fiato per altri due anni (tanto dura la disoccupazione). «Il 16 novembre arriva la risposta dell’Inps secondo cui mio marito non avrebbe diritto al sussidio. All’atto di compilare la domanda, per una dimenticanza il patronato non aveva optato per il pagamento dell’indennità Naspi in uogo dell’assegno di invalidità. Così, beneficiando di un’altra prestazione non si avrebbe diritto alla disoccupazione». In realtà, la coppia avrebbe tranquillamente rinunciato all’assegno d’invalidità in favore di quello, più sostanzioso, della Naspi. L’errore viene ammesso formalmente dal patronato che, in una nota scritta all’istituto previdenziale, chiede il riesame della pratica. Nulla da fare: anche il riesame viene respinto. Catia non si perde d’animo e il 17 dicembre fa inoltrare al patronato il ricorso all’Inps. Il verdetto tarda ad arrivare fino a poche settimane fa quando, telefonicamente, Catia viene avvertita dall'Inps (sede centrale di Roma) che anche il ricorso sarà respinto. Marito e moglie non demordono: vengono ricevuti il 1° febbraio negli uffici di via Valentini per capire il perché di quel diniego ostinato. «Ci rispondono che una volta commesso l’errore dal patronato non si può tornare indietro».

La speranza. L’ultima parola sarà pronunciata oggi, mercoledì 10 febbraio, quando si riunirà il comitato provinciale Inps per l’esito del ricorso. «Siamo vittima di un’ingiustizia – lamenta Catia- A mio marito spetta la disoccupazione dopo aver versato anni e anni di contributi». Dall’Inps replicano che l’istituto ha applicato correttamente la norma: in particolare, la circolare 138 del 2011 chiarisce come l’utente assicurato «abbia il diritto di scegliere tra l’assegno ordinario di invalidità e l’indennità di disoccupazione in modo non equivoco». In pratica, fa fede la compilazione della prima domanda inoltrata dal patronato, per quanto si sia rivelata erronea perchè quella scelta non fu fatta. Dura lex, sed lex.

Maria Lardara

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