Il dolore
Annullati i sequestri delle case delle lucciole
Il Tribunale del riesame dà ragione alla proprietaria di tre appartamenti Secondo i giudici poteva non sapere che all’interno si praticava la prostituzione
PRATO. Non basta affittare un appartamento dove poi viene praticata la prostituzione per poi vederselo sequestrare e magari confiscare. Il principio è stato stabilito dal Tribunale del riesame, che ha annullato tre degli otto provvedimenti di sequestro di appartamenti disposti lo scorso 24 novembre dal giudice per le indagini preliminari nell’ambito dell’inchiesta sulla prostituzione cinese intorno a piazza Mercatale. Il Riesame, composto dai giudici De Luca, Mancini e Landini, si è pronunciato sul ricorso presentato dagli avvocati Costanza Malerba e Federico Febbo per conto di uno dei 38 indagati nell’inchiesta, una donna ultrasettantenne proprietaria di un appartamento in piazza Mercatale e due in via Sant’Antonio, la stradina compresa tra la piazza e l’argine del Bisenzio, il vero fulcro della prostituzione cinese.
Il ragionamento dei sostituti procuratori Antonio Sangermano e Laura Canovai, titolari dell’inchiesta, era che i proprietari italiani non potevano non sapere che cosa accadeva nelle case date in affitto. Per diversi motivi. In primo luogo perché incassavano l’affitto da una persona diversa da quella che risultava titolare del contratto. In secondo luogo perché in genere una volta al mese andavano a riscuotere l’affitto in contanti e dovevano vedere o capire come venivano usate le abitazioni. Non bastasse, perché le prostitute cinesi stazionavano stabilmente davanti a quelle porte.
La difesa ha fatto invece perno su una sentenza della Cassazione del 2013 che in sostanza stabilisce che serve qualcosa di più per accusare qualcuno di aver agevolato la prostituzione, in particolare l’affitto deve essere sproporzionato rispetto ai valori di mercato. Quanto alla riscossione dalle mani di un soggetto estraneo, si potrebbe spiegare con la prassi in uso presso i cinesi, che spesso si affidano a intermediari.
Il sistema delle case usate dalle prostitute cinesi è ancora più complesso: c’è un soggetto che prende l’abitazione in affitto, un secondo soggetto che versa l’affitto al proprietario italiano e poi ci sono le prostitute che pagano una quota mensile o settimanale per usare l’abitazione, ma poi vivono altrove. I primi due soggetti sono anche quelli che verosimilmente si spartiscono una quota del guadagno delle prostitute.
L’operazione della guardia di finanza dello scorso 24 novembre fu chiamata “Piazza pulita” e fece un discreto rumore. Per la prima volta il procuratore capo Giuseppe Nicolosi parlò della “palude”, un sistema di connivenze tra chi commette reati e chi lucra su questi reati, i proprietari delle case ma anche appartenenti alle forze dell’ordine (nell’inchiesta è indagato anche un carabiniere per presunti favori dati e ricevuti). Nella palude però spesso ci sono anche le sabbie mobili, che stavolta hanno inghiottito i sequestri.
Paolo Nencioni
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