Il Tirreno

Prato

"Il bar Andrei non è il covo degli spacciatori" - Video

di Barbara Burzi
A destra Bruno Rosi, titolare del Bar Andrei di via Magnolfi
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A destra Bruno Rosi, titolare del Bar Andrei di via Magnolfi

Il titolare Bruno Rosi interviene nel dibattito sulla droga in centro: "Noi siamo qui per lavorare onestamente"

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PRATO. Non ci stanno quelli del Bar Andrei ad essere considerati la centrale dello spaccio, nonostante sul marciapiede di via Magnolfi stazionino a qualsiasi ora uomini che hanno tutta l’aria di essere spacciatori.
Tanto che proprio lì ieri mattina, 2 febbraio, si sono concentrati i controlli della polizia e dei vigili urbani, che hanno fermato diversi uomini di colore, pur senza arrestare nessuno. Al passaggio della volante, segue un caotico fuggi fuggi che rompe la barriera umana formata da pusher africani che vendono eroina sotto gli occhi di tutti in quel pezzo di centro storico tra via Santa Margherita, via Pier Cironi, piazza Lippi, via Tintori e via Santo Stefano.

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«Non siamo un covo di spacciatori, siamo qui per lavorare onestamente» sbotta Bruno Rosi, gestore del bar che suo malgrado finisce sempre al centro della cronaca. «Non possiamo essere responsabili di quello che accade fuori di qui - chiarisce Claudio Guasti da dietro al bancone – Noi stessi siamo vittime di una situazione, che ha danneggiato la nostra immagine. Le cose sono addirittura peggiorate negli ultimi tempi, in modo particolare da quando hanno chiuso il minimarket di via Santa Margherita. Quell’operazione non ha risolto il problema, anzi: da quel momento in poi gli spacciatori che facevano base in quel punto si sono sparpagliati altrove come fanno le vespe quando si rimuove il nido».

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Nel tempo dai gestori del bar Andrei sono partite segnalazioni e azioni collettive con altri commercianti della zona che hanno portato alla raccolta di 500 firme per chiedere maggiori controlli e un’azione mirata per contrastare lo spaccio in quell’angolo di centro storico. «La verità - continua Guasti - è che esiste un centro di serie A tenuto come un salotto e un altro di serie B, dove siamo noi, di cui a nessuno importa niente. Per quanto ci riguarda, non possiamo far altro che continuare a fare il nostro lavoro e invitare a uscire chi dà fastidio».

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