Sicurezza
Rogo di via Toscana, sette ore di arringa della difesa
Gli avvocati dei proprietari del capannone: "Non si cerchino capri espiatori di un sistema"
PRATO. Non si cerchino in questa aula capri espiatori di un sistema. E' da questo punto di partenza che per sette ore, quasi lo stesso tempo impiegato dal pm Lorenzo Gestri per la requisitoria, che il pool di avvocati della difesa ha lavorato per sciogliere il castello accusatorio del processo che vede imputati i fratelli Giacomo e Massimo Pellegrini, proprietari attraverso un'immobiliare (la Mgf) del capannone di via Toscana dove sono morti sette operai cinesi. Sette ore in cui gli avvocati Andrea Niccolai, Michele Nigro, Alberto Rocca, Luca Bisori e Valerio Valignani si sono passati il testimone per definire, l'uno dopo l'altro, i confini dell'arringa che dovrebbe portare, in base alle loro speranze, al proscioglimento dei due immobiliaristi pratesi.
"L'immobile - ha sottolineato l'avvocato Niccolai - era pieno di materiale accumulato in particolare nella parte tergale e questa è la causa rilevante dell'incendio. Di questo niente potevano sapere i Pellegrini e non si può trovare un nesso di casualità tra il loro agire e l'incendio. Che responsabilità può avere chi dà in disponibilità un bene ad altri?".
All'avvocato Nigro è invece toccata la ricostruzione dei fatti legata alla testimonianza di Lin You Lan, considerata dalla difesa una testimone non attendibile perché "non aveva ancora avuto una sentenza e neppure la richiesta di pena e ha testimoniato, di fatto, buttando la responsabilità dei comportamenti avuti nella gestione aziendale su altri".
"Ha mentito ogni volta, inizialmente in maniera scomposta e poi scientificamente - ha detto l'avvocato Nigro - arrivando perfino a negare che Youli fosse sua sorella. Non si è mai dichiarata responsabile ma ha ammesso cose palesi. Quello che abbiamo saputo arriva dalle intercettazioni, persino della presenza di un superstite. Da un preciso momento in poi ha smesso di negare cominciando a dare la colpa agli altri. C'era sempre qualcuno che non le aveva detto come comportarsi. Ha parlato di un sistema come se non ne facesse parte. Aveva un interesse a dire quello che ha detto".
Il difficile compito di provare a insinuare il dubbio che i Pellegrini potevano non sapere dei dormitori è stato dell'avvocato Rocca cercando di mettere il dito sulle incongruenze, le dimenticanze delle varie testimonianze per dire che, alla fine, Massimo Pellegrini anche se fosse entrato dentro il capannone per l'infiltrazione d'acqua dal tetto poteva non aver notato i dormitori. Del resto coloro che erano entrati nel magazzino non descrivono esattamente le stesse cose. C'è chi vede, chi no. "Vedere dei muri non vuol dire automaticamente sapere che ci sono dei dormitori - ha detto - e anche la stessa ispettrice della Municipale Leoni, la persona con più esperienza in questo campo, ci ha detto che in alcuni casi dietro quei muri ci sono sgabuzzini, ripostigli".
L'avvocato Bisori ha invece incentrato la sua arringa sulle cause di morte. I lavoratori non avrebbero potuto salvarsi perché l'incendio era partito da una zona adiacente alle scale e non a caso chi era al piano terra si sarebbe salvato. Tutti tranne uno che stava parlando con la moglie e non avrebbe avuto contezza della gravità della situazione. Ultima tappa per l'avvocato Valignani che ha provato a dimostrare come i Pellegrini non siano mai rientrati in possesso né materialmente né giuridicamente dell'immobile che, di fatto, aveva sempre avuto in locazione (anche se con diversi prestanome) Lin You Lan. Filo conduttore degli interventi degli avvocati della difesa la sentenza della Thyssen e sul nesso che marca la linea di confine tra dolo eventuale e colpa cosciente e assegna un significato preciso alla prevedibilità dell'incendio. "Se i Pellegrini fossero giudicati colpevoli passerebbe il principio che chi dà in locazione un proprio bene deve diventare il controllo dell'imprenditore".
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