Gioco
Sono 1.500 i pratesi che lavorano nelle aziende cinesi
Sono tecnici e amministrativi di confezioni e stamperie Rappresentano la spina dorsale delle imprese strutturate. La migrazione verso la città invece è quasi cessata
PRATO. C’è una Prato che parla con i cinesi che vi abitano. E’ quella che lavora con loro. E per loro. Sono 355 gli italiani che negli ultimi cinque anni sono stati assunti da imprenditori cinesi tenendo conto solo delle prime 100 aziende “orientali”, per capitalizzazione, di Prato. A dare questo numero, unico del genere, è l’assessore all’integrazione del Comune di Prato Simone Faggi grazie a uno studio sulle Linee guida sull’integrazione, che sarà presentato ufficialmente il 15 gennaio, realizzato da Iris con i dati di Camera di commercio e Fil.
A Prato nelle prime 100 aziende cinesi, di vari settori, sono stati assunti 1.888 lavoratori (in realtà si tratta di attivazioni di rapporti di lavoro) di cui 1.466 cinesi, 355 italiani (il 18,8% del totale), 19 senegalesi, 13 pachistani e 8 albanesi.
Gli italiani emerge che sono la spina dorsale delle aziende con titolare orientale dal momento che dall’analisi delle mansioni viene fuori che mentre i cinesi sono prevalentemente addetti alla produzione (581), gli italiani hanno mansioni più specializzate: 91 sono amministrativi, 69 tecnici (chimici, periti e stilisti) e rappresentano per queste tipologie di lavoro rispettivamente il 59,1 per cento e il 53,9 per cento. Nel caso degli amministrativi molto spesso hanno ruoli ponte tra l’azienda cinese e gli italiani (banche, istituzioni, professionisti). Se, di fatto, la sostanza era abbastanza nota a tutti gli addetti ai lavori, come sottolinea il sociologo di Iris Andrea Valzania, per la prima volta si riesce a dimostrare con dei numeri quali sono i ruoli degli italiani nelle aziende cinesi.
«Questi dati ci dicono - sottolinea l’assessore Faggi - che la comunità non sta creando un indotto proprio di ragionieri e specialisti ma anche che stiamo perdendo una valanga di competenze. Ci risulta, da una proiezione, che ci siano complessivamente almeno 1.500 pratesi che lavorano in aziende cinesi. Non nei pronto moda dove probabilmente ci sono solo operai orientali ma nelle aziende più strutturate». Gli italiani impiegati nelle confezioni (sempre tenendo i considerazione le 100 aziende) sono 154 mentre nel tessile 83.
Un elemento che se letto alla luce di quello che accade nelle aziende di Prato racconta che le imprese cinesi hanno assorbito una bella fetta di lavoratori specializzati delle aziende italiane che hanno cessato l’attività. Gli 83 lavoratori del tessile sono infatti impiegati nelle stamperie, nelle tintorie e nelle rifinizioni. Settori di attività nuovi per l’imprenditoria cinese. Del resto mentre le imprese con titolari italiani sono passate da 17.069 nel 2008 ai 15.761 nel 2014, le imprese a conduzione straniera passano da 5.343 nel 2008 a 7.050 nel 2014, un processo per il 70% influenzato dalle aziende cinesi. Di queste il 15% è in controtendenza e non ha un turn over elevato: la data di costituzione risale infatti negli anni compresi tra il 2000 e il 2007.
Da Wenzhou il flusso è molto diminuito. La migrazione verso la nostra città è quasi cessata. Ecco che cosa accadrà nei prossimi anniL'arrivo di migranti dalla Cina sarebbe a una battuta d'arresto. O comunque i numeri di coloro che decidono di arrivare in Italia, e a Prato, sarebbe diminuito considerevolmente. Parola di Sara Iacopini, antropologa pratese che per il suo dottorato ha studiato i movimenti migratori tra Prato e la Cina nelle prefetture di Wenzhou e Lishi, in quei villaggi con alte percentuali di immigrazione verso il nostro paese.
Durante il periodo che la ricercatrice ha trascorso in Cina, nei luoghi di provenienza di quasi la totalità dei cinesi che vivono a Prato, sono emersi elementi importanti per la lettura della realtà pratese dei prossimi anni. «I cinesi delle campagne adiacenti a Wenzhou - spiega Iacopini - hanno deciso di raggiungere il nostro paese perché il dislivello salariale con gli abitanti della città era molto alto e quindi c'era una forte volontà di cambiare la propria vita. Qui da noi c'era già una comunità cinese e quindi c'erano legami avviati. Oggi questo dislivello si è ridotto considerevolmente e di conseguenza anche la determinazione a lasciare il proprio paese per trasferirsi in un luogo così lontano».
Arrivare in Italia, o a Prato, non è percepito come dare una sterzata al proprio destino e quindi per la stragrande maggioranza degli abitanti di Wenzhou meglio, ora, trovare un lavoro nei tantissimi locali che i cinesi, rientrati in patria, stanno aprendo. Esercizi che valorizzano, tra l'altro, il Made in Italy che in Cina non si chiama più solamente Prada, Armani o Gucci.
«Non posso parlare di blocco ma di grossa diminuzione dei flussi verso le nostre zone. Perché parlando coi i qiaolian dei villaggi, i responsabili delle associazioni dei migranti che hanno il polso aggiornato della situazione, viene fuori che in pochi partono. Una tendenza che c'è da non più di un paio di anni».
Questo non vuol dire automaticamente che non arriveranno a Prato più cinesi.
Gli occhi infatti sono aperti su altre due, tre regioni della Cina in cui ancora si fanno le valigie, quella del Fujian per esempio. I numeri in questo caso sono inferiori rispetto al passato anche se non è possibile, ad ora, separare i dati della Questura in base alla regione di provenienza di chi richiede i permessi di soggiorno.
«Poi - aggiunge Iacopini - ci sono coloro che arrivano dalle province del Dong Bei, letteralmente del Nord Est. Vengono da lì, per intenderci, una bella fetta delle nostre prostitute e anche di quelle del resto d'Europa. Qui, negli anni Novanta, hanno chiuso molte aziende statali e a perdere il lavoro sono state perlopiù donne non giovanissime. E' una migrazione di tipo diverso: anche chi lavora nel tessile non ambisce a fare l'imprenditore e spesso viene impiegato per fare lo zagong, il tuttofare. Uno dei lavori peggiori all'interno dei pronto moda».
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