Il dolore
Un corso di boxe alla Dogaia riservato alla Penitenziaria
PRATO. Potrebbe non essere proprio una buona idea, almeno sotto il profilo dell’immagine, quella a cui sta lavorando la casa circondariale della Dogaia insieme all’associazione Action di Mezzana: un...
PRATO. Potrebbe non essere proprio una buona idea, almeno sotto il profilo dell’immagine, quella a cui sta lavorando la casa circondariale della Dogaia insieme all’associazione Action di Mezzana: un corso di boxe rivolto agli agenti della polizia penitenziaria. Non tanto perché la boxe non sia uno sport nobile, quanto per i destinatari del corso. È di pochi giorni fa la notizia che ha fatto il giro d’Italia sulle presunte percosse ricevute da un detenuto marocchino già ospite della casa circondariale di via della Montagnola.
Rachid Assarag, 41 anni, ha registrato di nascosto una serie di conversazioni con la polizia penitenziaria nei tanti carceri nei quali è stato recluso e quelle registrate a Prato sono particolarmente pesanti, soprattutto una nella quale un brigadiere, di fronte alle sue rimostranze per essere stato picchiato, gli dice che se non la smette di rompere ne prenderà altre, di botte.
Quelle registrazioni sono ora agli atti di un’inchiesta del sostituto procuratore Lorenzo Gestri, che ha raccolto la testimonianza di Assarag quando era a Sollicciano.
E dunque l’iniziativa di Lorenzo Patriarchi, della palestra Action, arriva in un momento quantomeno delicato. In realtà Patriarchi ha proposto a Vincenzo Tedeschi, direttore del carcere, un corso di boxe per i detenuti, ma si è sentito rispondere picche. Se il corso si deve fare, lo si faccia per gli agenti di polizia penitenziaria, avrebbe detto il direttore, secondo quanto riferisce lo stesso Patriarchi.
Il corso inizierà a gennaio. Facile però immaginare le ironie che susciterà una simile iniziativa. Mentre la magistratura indaga sulle botte ricevute da un detenuto, gli agenti si allenano a tirare di boxe...
«Noi vorremmo coinvolgere i detenuti - spiega Patriarchi - Del resto il pugilato ha salvato molti di noi e quindi potrebbe funzionare anche per altri soggetti. Non è uno sport violento, tutt'altro, insegna la disciplina, il rispetto per sé e per le regole e quindi permette di affrontare meglio situazioni particolarmente difficili».
Paolo Nencioni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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