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OPERAI FANTASMA COL PERMESSO DI SOGGIORNO
DI PAOLO NENCIONI Per anni ci siamo raccontati che il lavoro al nero nelle confezioni cinesi era quasi inevitabile, perché i confezionisti orientali avevano a disposizione una manodopera a basso...
DI PAOLO NENCIONI
Per anni ci siamo raccontati che il lavoro al nero nelle confezioni cinesi era quasi inevitabile, perché i confezionisti orientali avevano a disposizione una manodopera a basso costo e facilmente ricattabile, l’esercito dei clandestini. Ma ogni tanto e sempre più spesso capita che gli ispettori del lavoro trovino in fabbrica operai senza contratto che però hanno in tasca il permesso di soggiorno. È il caso dei genitori della quindicenne trovata per due volte dai carabinieri al lavoro in una confezione. Se ce l’hanno raccontata giusta, qui è evidente che si tratta di pura e semplice evasione fiscale e contributiva, non giustificata da niente, ammesso e non concesso che si possa giustificare.
A Prato, ricordandosi di come eravamo e di come si lavorava negli anni Settanta, fa meno scandalo una quindicenne alla “taglia e cuci” rispetto all’ennesimo caso di operai sconosciuti al fisco e all’Inail. Perché dà o conferma l’impressione che, nonostante la retorica dei controlli del Progetto Lavoro Sicuro, non si facciano passi avanti nell’integrazione civile ed economica degli imprenditori cinesi.
Al confezionista che faceva lavorare la quindicenne e i suoi genitori senza contratto sono state elevate sanzioni che ammazzerebbero un toro (55.000 euro), ma il procuratore capo Nicolosi ha ricordato giusto ieri che quasi mai il titolare formale della confezione corrisponde al vero padrone. E dunque chi pagherà quella multa? E qualcuno mai la pagherà? .
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