Il dolore
I vicini di casa: "L'incubo è finito"
Vaiano, le tre donne che hanno vissuto per lunghi anni nella paura raccontano il calvario al quale le aveva sottoposte il cittadino marocchino espulso
VAIANO. L’incubo è finito. Per i vicini di casa, Anna Ciardi, Rosalba Tortelli e Laila Magherini, le tre donne che non hanno mai avuto paura a denunciare il marocchino Kachani ora possono tirare un sospiro di sollievo. «Ora siamo tranquille – spiega Ciardi – gli ultimi tempi ci ha reso la vita ancora più difficile: in continuazione tirava pugni contro la nostra porta coprendola di sputi, addirittura dal suo bagno, che si trova sotto il nostro, batteva con un bastone. Oltre al rumore, che non ci permetteva di dormire, ha anche incrinato il pavimento. Ringrazio le forze dell'ordine e il sindaco, ma è inconcepibile che i tempi della giustizia siano così lunghi. Ci siamo sentite sole. In certi momenti abbiamo avuto veramente paura».
Kachani è arrivato a Vaiano nel 2006, quando si è sposato con un’italiana, dopo pochi mesi è iniziato un lungo incubo che ha messo alla prova la pazienza di tutti.
«Una sera – racconta Tortelli – abbiamo sentito provenire dalla casa dei vicini delle urla, ci siamo spaventate. Poi la cosa si è ripetuta, fino a quando l'ira del capo di famiglia ha iniziato a colpire anche noi. Ha iniziato ad insultarci . E' arrivato anche a picchiare la figlia di Leila. Allora abbiamo iniziato a sporgere denuncia. Non potevamo stare zitte. Ne andava della nostra salute e tranquillità».
Tre anni fa, dopo aver presentato esposti e denunce, Anna Ciardi è stata chiamata a testimoniare in tribunale contro Kachani.
«Ci sono andata e, improvvisamente, da vittima sono stata trasformata in carnefice. Il giudice mi ha accusato di essere razzista. Io non lo sono. Mi sono anche decisa a denunciarlo perché ho a cuore i suoi due figli». Anche il sindaco di Vaiano Primo Bosi, respinge al mittente le accuse di razzismo.
«Conosco benissimo i vicini di casa del marocchino - chiarisce Bosi -, sono persone impegnate nel volontariato e certo non si possono accusare di xenofobia. Anzi le voglio ringraziare, insieme alla forze dell'ordine, per quello che hanno fatto. Ora mi piacerebbe fare una cena tutti insieme nella corte di via Braga. Dopo tanti momenti di paura vorrei condividerne una di gioia».
[[atex:gelocal:il-tirreno:prato:cronaca:1.12443984:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/prato/cronaca/2015/11/14/news/espulso-marocchino-che-inneggiava-all-isis-1.12443984]]
E a guardare i volti di Anna, Rosalba e Leila, si vede proprio la serenità. «Dopo che gli avevano dato gli arresti domiciliari e la famiglia era stata allontana- racconta Ciardi – la situazione è precipitata. Soprattutto io e Rosalba eravamo diventate il suo bersaglio. Da quella bocca sono uscite parole irripetibili». Eppure Tortelli per qualche tempo ha cercato di mediare e farlo ragionare.
«Ancora oggi se avessi la possibilità di parlargli – prosegue Ciardi – gli chiederei perché si è accanito contro di noi. Viviamo qui da sempre e il nostro unico obiettivo era di preservare la tranquillità del vicinato, con cui non abbiamo mai avuto problemi».
La notizia della fine dell' incubo è arrivata alle 22,40. «Il maresciallo dei carabinieri – conclude Ciardi – ci ha chiamate per informarci che il nostro vicino era stato imbarcato. In quel momento abbiamo realizzato che tutti i nostri sforzi sono serviti».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
