Il Tirreno

Prato

Niente quote rosa nella cappella funebre

Niente quote rosa nella cappella funebre

Protesta il figlio di un defunto: «Tumulazione senza oneri solo per il ramo maschile». La Misericordia: «Lo dice il contratto»

3 MINUTI DI LETTURA





PRATO. Negli anni Trenta del secolo scorso l’emancipazione femminile aveva ancora da fare molti passi, le donne non erano ammesse al voto ed erano in posizione subalterna rispetto agli uomini. Affonda le radici in quel periodo una storia che ora, a distanza di quasi un secolo, ha fatto molto arrabbiare Stefano Dami, intenzionato a fare causa alla Misericordia per aver dovuto sborsare 7.500 euro quando si è trattato di tumulare il padre Giovacchino nella cappella del nonno materno, al cimitero di via Galcianese.

La Misericordia invece dice che non c’è niente di strano e che è stato semplicemente applicato un contratto ancora vigente.

Facciamo un passo indietro. Il 31 dicembre 2014 viene a mancare Giovacchino Dami, stimato radiologo. Ai familiari aveva detto che voleva essere tumulato nella cappella di Alberto Querci, il nonno materno, dove riposa anche la figlia Roberta, morta prematuramente. «La mattina del funerale - racconta Stefano Dami - la segreteria della Misericordia mi ha sollecitato a pagare 7.500 euro dicendo che in caso contrario non avrei potuto tumulare il babbo. Sono stato trattato senza alcuna pietà cristiana, come l’ultimo dei cittadini di serie B».

La spiegazione si trova scritta nel contratto stipulato per la cappella nel 1931, che recita così: “Il diritto alla tumulazione è inalienabile ed esclusivo per il concessionario (il nonno materno di Giovacchino), per i suoi genitori, per la sua consorte e per i legittimi discendenti maschi e le loro legittime consorti, e per le femmine purché nubili o vedove senza prole”. In via eccezionale la tumulazione è consentita anche ai parenti più intimi del concessionario, ma pagando un “posto distinto di prima classe”. Che sono appunto quei 7.500 euro di cui si duole Stefano Dami.

Insomma, in base al contratto del 1931 solo i discendenti maschi avevano e hanno diritto alla tumulazione senza oneri, a differenza del ramo materno. «Ho fatto il pagamento - ricorda Dami - ho tumulato il babbo e ad esequie finite, alle 16, la Misericordia mi ha chiesto di portare la copia del bonifico».

Il signor Dami ha ritenuto di essere stato trattato ingiustamente e per questo, tramite il suo legale, ha chiesto invano la restituzione della somma, poi ha tentato una conciliazione, ma al terzo incontro gli hanno ribadito che non c’era la possibilità di essere rimborsato. Per questo ora dice che sta preparando una citazione in sede civile di cui si occuperà l’avvocato Federica Sanesi.

Andrea Gori, segretario della Misericordia, conferma la sostanza dei fatti, ma dice che non c’è nulla di strano. «Purtroppo si tratta di contratti degli anni Trenta - spiega - ma contengono comunque le volontà di chi li ha stipulati. Noi non facciamo altro che rispettare la volontà del concessionario. Nel caso specifico, qualora ci sia la volontà degli aventi diritto di far tumulare familiari del ramo materno, si è tenuti a pagare la quota dei distinti di prima classe. Anzi, se avessimo voluto interpretare il contratto alla lettera, non avremmo consentito la tumulazione».

«D’altronde - aggiunge Gori - il signor Dami sapeva bene che cosa prevede il contratto e non ci sono motivi per sorprendersi. Per noi non è una questione economica, ma semplicemente di rispetto delle regole».

Paolo Nencioni

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa