Il Tirreno

Prato

L’angelo del fango che salvò cento persone - Video

di Giulia Catarzi
L'alluvione del 4 novembre 1966
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L'alluvione del 4 novembre 1966

Renzo Boanini di Comeana racconta i giorni da volontario nella piana durante l’alluvione del 1966

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PRATO. Momenti impossibili da dimenticare, di paura, ma anche di tanto coraggio. Sono quelli che hanno visto i territori della Piana fiorentina scomparire sotto l'impeto dell'acqua, quel 4 novembre 1966 che ancora oggi, per chi l'ha vissuto in prima persona, non sembra mai troppo lontano. In tanti, anche se non coinvolti direttamente da quella che è stata una vera e propria tragedia, hanno prestato il loro aiuto alle famiglie colpite da quella enorme calamità, e tra di loro c'è anche Renzo Boanini, che oggi vive a Comeana ma che negli anni Sessanta risiedeva a Poggio alla Malva, sempre nel comune di Carmignano.

«Poggio alla Malva, dove abitavo allora, era fuori dall'alluvione - racconta Boanini con un'emozione che neanche il tempo ha potuto affievolire - un mio amico, però, Giorgio Naldi, venne a chiedermi se potevo accompagnarlo con la mia auto a Signa perché, avendo lui un gommone, sarebbe voluto andare ad aiutare delle persone colpite dall'alluvione. Ci mettemmo in macchina ma quando arrivammo alla Costa i carabinieri ci fermarono: vedendo il gommone ci chiesero subito di seguirli per portare soccorso dopo Castelletti, sempre a Signa».

Iniziò così l'impresa che portò Boanini e l'amico Giorgio a salvare circa cento persone tra il 4 e il 5 novembre 1966. Niente cibo, niente riposo, solo duro lavoro per mettere in salvo quante più persone possibile. «Prima dovevamo caricare i bambini, poi le donne e poi tutti gli altri - racconta ancora il signor Renzo, che alcuni attimi della seconda giornata li ha documentati anche con un prezioso video amatoriale - mentre passavamo col gommone si vedevano persone sui tetti, persone alle finestre: chi gridava, chi piangeva, erano davvero momenti di disperazione, di paura. L'acqua era così alta che quando passavamo sotto i cavi dell'alta tensione, dove riscendono verso terra, dovevamo abbassarci. Io non sapevo nuotare, chiedevo al mio amico di tenersi vicino alle piante in modo che se fosse successo qualcosa avrei potuto tentare di aggrapparmi, ma in realtà in tutte quelle ore non ho mai pensato molto a me: non si sentiva né la fame, né la stanchezza, si voleva solo aiutare quante più persone possibile. Continuammo anche durante la notte, utilizzando un faro con una batteria che ci avevano fornito i carabinieri; mettemmo in salvo circa cento persone tra Lecore e Sant'Angelo. Due gli episodi che più mi sono rimasti impressi - aggiunge - il primo, quando da una casa ci furono caricati sul gommone ben cinque bambini molto piccoli che urlavano terrorizzati, l'altro una donna in stato interessante che stava per partorire».
 

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