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Prato

Meningite, ecco come si trasmette: intervista al direttore della prevenzione dell'Asl

Cristina Orsini
Meningite, ecco come si trasmette: intervista al direttore della prevenzione dell'Asl

"Questo ceppo è rapido e virulento": come si trasmette la malattia e chi deve sottoporsi alla profilassi

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PRATO. Centocinquanta profilassi in ventiquattro ore. È il ritmo con il quale marcia il dipartimento Asl di via Lavarone da quando si è diffusa la notizia della morte di Maria Chiara Pittalis, l’imprenditrice di quarantaquattro anni, deceduta al Santo Stefano durante la notte tra sabato e domenica.

 

«Non c’è da fare allarmismi, perché stiamo facendo di tutto affinché il virus non si diffonda». Aldo Fedi (in foto) è il direttore del Dipartimento di prevezione dell’Asl 4, vale a dire quello che in queste ore si trova in prima linea. Guardia alta e super lavoro anche in un laboratorio dell’ospedale Meyer di Firenze, dove stanno studiando il batterio che è stato capace di uccidere la donna di Prato. Si tratta del tipo St 11, che tante vittime ha già mietuto, purtroppo, specialmente in Toscana. In questa intervista Fedi fornisce una serie di chiarimenti su un’emergenza autentica.

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Dottore, come mai questo ceppo del meningococco è tanto letale?

«È una questione molto complessa. Diciamo che è un tipo di virus che riesce ad aggirare le difese immunitarie ed ha quindi una diffusione molta rapida e virulenta».

Avete inviato appelli per sottoporre alla profilassi persone che possono aver incontrato Maria Chiara anche una settimana prima del conclamarsi della malattia, questo significa che la meningite di tipo C può avere un periodo di latenza lungo?

«Certo, la meningite ha un periodo di latenza che può anche essere di tre settimane e durante questa fase il contagio può avvenire».

Ecco, come avviene?

«Attraverso la trasmissione per via aerea. Cioè due persone devono entrare in contatto a una distanza abbastanza ravvicinata, parliamo di uno o due metri, per un periodo sufficientemente lungo. Per questo motivo la contagiosità del virus non è elevatissima. E sempre per questo, inoltre, abbiamo chiamato per la profilassi il maggior numero possibile di persone che sono entrate in contatto con la portatrice, per riuscire a bloccare una eventuale diffusione».

C’è rischio di epidemia?

«E’ appunto quello che vogliamo evitare con le profilassi. Ovviamente una eventualità del genere è impossibile escluderla a priori ma stiamo appunto cercando di limitare al massimo il rischio».

È il primo caso di meningite di tipo C a Prato?

«Sì, lo è».

Maria Chiara come può averla contratta?

«Sicuramente per trasmissione. Ma è quasi impossibile risalire alla situazione precisa».

Su 32 casi di meningite in Toscana, salgono a 26, con l’ ultimo di Prato, quelli provocati dal meningococco di tipo C, dei quali sei mortali. Una incidenza che si riscontra solo in Toscana. C’è una spiegazione?

«Prima di tutto non si tratta di tutta la Toscana ma di una piccola parte: il numero più frequente di casi si è verificato nell’empolese e in alcune propaggini. Non è la prima volta che in Italia si verificano queste cose. Non si tratta di epidemia, ripeto, ma di gruppi di casi molto ravvicinati sui quali c’è da vigilare con attenzione, fare tutto quello che serve per contenerli, ma senza farsi prendere dal panico».

Le persone più prossime a Maria Chiara sono già state sottoposte alla profilassi?

«Certo, tutti quanti. E per loro non dovrebbero più esserci problemi. Anche i figli minorenni della coppia possono tornare tranquillamente a scuola. Per il momento non ci risulta che altre persone che pure sono venuta in contatto con la signora deceduta, abbiano sintomi che possano metterci in allarme».

 

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