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ELENA RAPPRESENTAVA IL SOGNO DI PRATO DI NON ESSERE PROVINCIALE
di MAURO GIOVANNELLI* Ricordo con affetto, non disgiunto dalla commozione del momento, Elena Pecci Cangioli. L'ho conosciuta in età matura, nonostante la mia famiglia fosse strettamente legata da...
di MAURO GIOVANNELLI*
Ricordo con affetto, non disgiunto dalla commozione del momento, Elena Pecci Cangioli. L'ho conosciuta in età matura, nonostante la mia famiglia fosse strettamente legata da vincoli di amicizia (il padre di suo marito era fin dalle scuole elementari compagno di scuola di mio suocero) e di relazioni professionali (l'avvocato Guido Bisori era il legale storico delle famiglie Pecci e Cangioli). Elena, dotata di una notevole cultura artistica e letteraria, aveva scelto di occuparsi prevalentemente della famiglia e delle società familiari, specialmente dopo il matrimonio con l’ingegner Gerardo Cangioli, insieme al quale aveva generato quattro figli.
Del padre Enrico, di cui avevo sentito parlare in casa come di un grande imprenditore non solo pratese, ebbi occasione di fare conoscenza personale nei diversi anni in cui eravamo entrambi (io più giovane di una generazione) consiglieri della Cassa di Risparmio. Non fu difficile accorgersi dello spessore singolare dell'uomo. La conoscenza di Elena avvenne in occasione della geniale idea di Enrico Pecci di dotare la nostra città di un museo di arte contemporanea e di donarlo al Comune di Prato.
Aveva incaricato il professor Renato Galli, suo consulente economico, di assisterlo nella realizzazione del disegno strategico, il direttore del Museo di Tel Aviv, Amnon Barzel, di fare la consulenza artistica e l'architetto Italo Gamberini di predisporre il progetto architettonico. A me era stata affidata la parte giuridica per l'approvazione amministrativa del progetto edilizio e per la formazione dell'Associazione che, insieme al Comune di Prato, doveva gestire il Museo.
A quel periodo (che va dall'anno 80 all'anno 88) risale la conoscenza di Elena. In Lei, che si occupò per la famiglia del Centro Pecci, soprattutto dopo la scomparsa di Enrico avvenuta nel 1988, riconobbi una straordinaria somiglianza con il padre.
Una intelligenza intuitiva ed immediata, che coglieva rapidamente i problemi; una capacità di giudizio rara nel riconoscere virtù e difetti degli interlocutori, unita a una discrezione e a un riserbo, che diventavano signorile pudore; una grande volontà di combattere e di non arrendersi mai, temprata anche da prove difficili che aveva dovuto affrontare e accompagnata da un rispetto per le idee diverse dalle sue; una tenacia sorprendente nel perseguire i propositi, accompagnata da una dolcezza e da un perenne sorriso che le illuminavano il volto. La città deve molto alla famiglia Pecci e deve moltissimo ad Elena.
Lei ha rappresentato il sogno di Prato di avere un ruolo non provinciale, ma universale nel mondo dell'arte e della conoscenza umana, nobilitando il valore del lavoro e dell'impresa creativa per dirigerlo verso sentieri di vera cultura e di grande bellezza. Ci mancherà tanto.
. *avvocato pratese
amico della famiglia Pecci
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