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Prato

BpVi, arriva la Finanza

BpVi, arriva la Finanza

Il presidente Zonin e l’ex dg Sorato sono indagati per aggiotaggio

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PRATO. Il botto l’hanno fatto a Vicenza, ma il rumore si è sentito distintamente anche a Prato. L’ingresso, ieri mattina, dei finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria di Roma nella sede centrale della Banca popolare di Vicenza segna una svolta negativa nella complessa vicenda di quella che per molti pratesi è ancora l’ex Cassa di risparmio, dopo la conquista della più importante banca cittadina da parte dei veneti. E adesso c’è il rischio che il “viticoltore prestato alla finanza”, come ama definirsi il presidente Gianni Zonin, torni all’occupazione originaria. Un’eventualità che alcuni, quelli che in città non l’hanno mai amato, si augurano, ma che sarebbe una sciagura se dovesse significare il tramonto della Popolare.

Zonin, insieme all’ex direttore generale Samuele Sorato, col quale si è scambiato pesanti colpi fino alla vigilia delle perquisizioni, è indagato per aggiotaggio e ostacolo alle funzioni delle autorità di pubblica vigilanza. In pratica per aver rappresentato, fino al dicembre 2014, una situazione patrimoniale o contabile della banca diversa da quella reale, raccontando bugie, e di conseguenza per aver ostacolato l’efficacia dei controlli della Banca d’Italia e della Bce. Oltre a Zonin e Sorato ci sarebbero altri sei indagati, tutti quadri o ex quadri di alto livello della banca.

Azioni della banca acquistate tramite finanziamenti, per 975 milioni di euro, erogati agli azionisti dallo stesso istituto di credito, in misura tale da costituire violazione delle norme del diritto bancario: è questo il filone principale dell'inchiesta della magistratura sulla Popolare (117mila soci), che fa seguito ad una ispezione compiuta dalla Bce. La banca avrebbe, dunque, finanziato - secondo l'ipotesi investigativa - un quarto del suo stesso capitale azionario (circa 4 miliardi di euro), superando i limiti consentiti. L'indagine della magistratura riguarda anche una sovrastima del prezzo delle azioni della Banca, che ha determinato numerose proteste degli azionisti, e che nell'ultima semestrale, avrebbe indotto i vertici a svalutare i crediti considerati deteriorati.

Ci sarebbero anche gli esposti degli azionisti all’origine dell’inchiesta. Su ordine del sostituto Luigi Salvadori, i finanzieri hanno effettuato perquisizioni (si pensava anche a Prato, ma la Finanza ha smentito) che il procuratore Antonino Cappelleri ha definito «indispensabili, nell'ambito della più complessa acquisizione istruttoria, per rendere compiuta la necessaria e doverosa ricerca di elementi probatori documentali, intesa sia all'accertamento e riscontro di elementi di fatto sia all'attribuzione delle responsabilità soggettive»

Un punto, questo, che la stessa Popolare ha sottolineato in una nota, in cui ha garantito la piena collaborazione della dirigenza e del personale.

La Banca, negli ultimi mesi, ha affrontato un periodo non semplice, complice la necessità di trasformarsi in spa dopo il decreto sulle popolari varato dal governo Renzi, il taglio del valore delle azioni da 62,5 a 48 euro, che ha fatto infuriare molti azionisti, il rosso da oltre 1 miliardo di euro registrato nel primo semestre del 2015 e la necessità, dopo un'ispezione della Bce, di iscrivere a riserva indisponibile 611,6 milioni di euro perché erano stati erogati ai soci finanziamenti per 974,9 milioni per acquistare o sottoscrivere azioni.

Lunedì la Popolare di Vicenza aveva annunciato di aver firmato con Unicredit un accordo sulla garanzia dell'aumento di capitale.

Sempre lunedì i sindacati avevano invitato la banca a difendere i dipendenti dalle eventuali conseguenze delle decisioni dei manager, ma sul piano penale sembra che nessuno abbia niente da temere. L’inchiesta della Procura di Vicenza vola alto e non può coinvolgere un direttore di filiale o un funzionario, per fare un esempio, che abbiano concesso un mutuo o un finanziamento in cambio dell’impegno ad acquistare azioni dell’istituto. Lo confermano dal Nucleo di polizia valutaria di Roma.

Paolo Nencioni

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