L’immigrazione raccontata dai cinesi che sono tornati a casa
Sara, 31 anni, sta facendo la tesi per il dottorato a Wenzhou. L’antropologa pratese intervista i migranti di ritorno
PRATO. Le piace citare un famoso antropologo americano, Clyde Kluckhohn, per descrivere il senso del suo lungo viaggio, ovvero che "il giro più lungo è spesso la via più breve per tornare a casa". Così, per capire meglio Prato e la realtà dell’immigrazione cinese, si possono fare anche 12mila chilometri. Si finisce dall’altra parte del mondo, a Wenzhou, con tutto il bagaglio della ricercatrice attenta e curiosa, consumando suole di scarpe per raccogliere le testimonianze dei familiari di chi è emigrato in Italia (a Prato in particolare), dei “guiqiao”, ovvero i migranti di ritorno, dei presidenti e dei membri dei “qiaolian” (associazioni dei cinesi all'estero). Sara Iacopini ha 31 anni e una laurea in antropologia in tasca: da qualche settimana è volata in Cina per la sua tesi di dottorato, volta a indagare il rapporto tra migrazioni cinesi e le trasformazioni nei contesti di partenza e in quelli di arrivo, per scoprire che, come racconta Sara al Tirreno, «i numeri di chi torna nelle zone di origine sono molto alti». E che l’Italia, Prato in primis, non è più quella terra promessa di un tempo. «Ho visitato Rui'an, Xianyan, Li'ao, Wencheng, Yuhu: sono zone dove si è sviluppata una pervasiva "cultura della migrazione", espressione che indica un comportamento sociale in base al quale le persone imparano a (desiderare, ndr) di emigrare».
Un minuzioso lavoro etnografico reso difficile anche dalla barriera linguistica nonostante la ricercatrice pratese mastichi abbastanza il mandarino. Intervista dopo intervista, ecco che il diario di bordo di Sara prende lentamente corpo, scandito dall’incontro con quei cinesi che hanno già fatto le valigie per tornare nel paese d’origine. «Si può dire che la grave crisi economica italiana e pratese contribuisca a consolidare una gerarchia spaziale della mobilità internazionale in cui l'Italia è ormai collocata ai gradini più bassi. A Prato i margini di profitto si sono ridotti anche nel business del pronto moda e le rimesse, a quanto mi hanno detto molti intervistati, sono diminuite drasticamente. Questi processi, uniti alla recente intensificazione dei controlli, al diffondersi di un atteggiamento di ostilità nei confronti dei cittadini cinesi e alla forte percezione di insicurezza da parte di molti migranti, stanno spingendo lavoratori e imprenditori a ridefinire le loro strategie migratorie».
Sara non è l’unica pratese emigrata a Wenzhou per motivi di studio. C’è anche Eleonora Ciardi, che sta preparando la sua tesi in vista della laurea specialistica in storia contemporanea, con un titolo che è già un programma: «Migranti cinesi consumi: dal caso Prato al fascino per i prodotti italiani». «In questo momento sono alla Business School di Wenzhou – racconta - con una borsa di ricerca per le tesi all'estero dell’università “La Sapienza”. Anche lei, una pratese innamorata della Cina al punto da andare fin laggiù per capire meglio le dinamiche dei flussi migratori.
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