Il dolore
Ecco i veri padroni delle confezioni
Inchiesta sull’utilizzo di prestanome nelle aziende cinesi, saltano fuori una decina di titolari. E si indaga sulla corruzione
PRATO. Gli investigatori della guardia di finanza li hanno ribattezzati “ombre lunghe”. Sono i prestanome usati da moltissimi imprenditori cinesi per sfuggire al fisco e alle sanzioni per le irregolarità. Da ieri mattina una decina di quelli che stanno nell’ombra, cioè i veri titolari delle imprese (confezioni o pronto moda) hanno un nome. E’ il risultato di 49 perquisizioni disposte dal procuratore capo Giuseppe Nicolosi e dal sostituto Lorenzo Gestri nell’ambito di un’inchiesta su 25 imprese individuali e i relativi titolari. Alle perquisizioni hanno partecipato 125 militari della guardia di finanza e 25 tecnici del Dipartimento di prevenzione dell'Asl.
Il procuratore capo, alla presenza del comandante provinciale della Finanza Amedeo Farruggio, ha spiegato che l’inchiesta è nata anche grazie all'attività dei tecnici dell'Asl che ormai da un anno controllano le confezioni cinesi. Nel corso delle verifiche è emerso il noto problema dell'intestazione fittizia delle aziende a prestanome. Nel corso delle perquisizioni, ha aggiunto, sono stati individuati una decina di reali proprietari delle attività, oltre a molti cinesi clandestini. Nicolosi ha parlato di una sorta di circuito di "fantasmi" che di volta in volta sono gestori formali delle confezioni, poi diventano irreperibili e vanno a gestire altre attività.
«I risultati dell'operazioni di oggi - ha aggiunto Nicolosi - purtroppo dimostrano che il percorso è ancora lungo per riportare le irregolarità a un livello almeno fisiologico». Oltre ai veri titolari delle società è stata trovata anche un'azienda fantasma, che risultava cessata ma continuava ad operare. Altre quattro, hanno aggiunto gli inquirenti, risultavano sconosciute al fisco.
Il sostituto Gestri ha detto che grazie alle perquisizioni si potrà darà un nome ai reali gestori di più della metà delle imprese controllate. Si procede in base al Testo unico sulla sicurezza sul lavoro. La presenza di prestanome, infatti, rende spesso inefficaci le sanzioni irrogate alle aziende, sia sotto il profilo della sicurezza sul lavoro ma anche sotto il profilo fiscale. «Si tratta di reati di non particolare allarme sociale - ha spiegato Nicolosi - che però si portano dietro una serie di altri reati di notevole gravità, i falsi nell’ottenimento dei permessi di soggiorno, l'interposizione di professionisti (italiani, ndr) che operano senza curarsi della deontologia, la corruzione diffusa». Su questi fronti sta indagando la Procura, ha aggiunto il procuratore capo. La recente normativa sui processi in assenza degli imputati (il caso classico dei prestanome) rischiava di aggiungere la beffa al danno, perché l'imputato assente, hanno spiegato gli inquirenti, ha diritto alla sospensione del processo, e dunque si rischiava di trascinare sine die i procedimenti penali senza un esito certo.
«Per noi individuare il reale titolare di un'attività è fondamentale - ha spiegato il colonnello Farruggio - E' il punto di partenza per poi fare tutto il resto». La scelta di aprire quasi sempre ditte individuali, ha aggiunto il tenente colonnello Bruno Baldini, comandante del Nucleo di polizia tributaria, consente una gestione più agile e soprattutto la possibilità di aprire e chiudere in tempi brevi. Una nota di ottimismo è arrivata da Renzo Berti, responsabile del gruppo di lavoro dell'Asl, che ha spiegato come l'83% delle aziende controllate ha ottemperato alla prescrizioni, mentre dal settembre 2014 al giugno 2015 sono stati recuperati tre milioni e 600mila euro di sanzioni.
Paolo Nencioni
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
