Attenzione
"Facciamo pure le barricate, ma sulla sicurezza"
Intervista al costituzionalista Fioravanti, presidente del Pin, sugli annunciati accorpamenti: "La difesa della Prefettura non merita una battaglia, la Questura sì"
PRATO. «Le operazioni di riassetto o di accorpamento di enti, in generale non sempre producono risparmi effettivi ed è dimostrato dal caso della Provincia». E’ il giudizio di Maurizio Fioravanti, costituzionalista pratese, presidente del Pin, docente all’Università di Firenze. «Non sono mai stato un difensore delle Province in quanto ente, però alla fine credo avremo un saldo che non va sulla linea del risparmio».
Perchè?
«C'è stato un eccesso di populismo nell’affermare che eliminando la classe politica si potesse risparmiare chissà quale cifra, la realtà è che si è risparmiato poco rispetto alla spesa pubblica degli enti locali ma dall'altra si avrà un aumento dei costi. Mi riferisco al personale, oggi molto disorientato, che se, per esempio, verrà ricollocato in Regione, a parità di ruolo, costerà di più. C’era bisogno di un taglio netto che l’ex premier Monti non ha fatto. Ma quando il chirurgo indugia fa dei disastri, nel nostro caso siamo arrivati a un balletto indecoroso».
E ora tocca ad altri enti, Prefetture in primis, che i cittadini però vogliono difendere.
«Premetto che penso che le collettività locali abbiano una sorta di diritto alla legittima difesa. Se difendono le istituzioni che hanno e lo fanno con motivi veri non ho motivo di condannarli. Però si deve andare a veder caso per caso quali benefici si hanno a mantenere autonomi istituzioni o enti».
Partiamo dalla Camera di Commercio?
«Se mettendo assieme le Camere di Commercio di Prato e Pistoia l'ente nel suo complesso diventa più forte e aumenta la capacità di dare servizi alle imprese, io non mi batto per tenere la bandierina. Mi consta che gli enti di Prato e Pistoia abbiamo numeri da sopravvivenza e per questo abbiamo intrapreso la strada che porta all’unione. Le Unioni Industriali di Prato e Pistoia stanno facendo la stesa riflessione. Se lo stare insieme rende più forti, invece di lottare ognuno per sè allora è il caso che le associazioni economiche e le camere di commercio si rimbocchino le maniche per avere rappresentanze più vaste. Sarà meglio per tutti».
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Ma con la perdita della Provincia Prato non rischia un declassamento anche sul fronte delle forze dell’ordine?
«Ci sono altri profili, uno, secondo me, è prioritario ed è quello della sicurezza. Le racconto questo: il Pin ogni anno organizza un campus week universitario assieme agli studenti della Monash University australiana e dell'Università americana di New Haven su un tema specifico. Beh, durante l'organizzazione sono state le ragazze australiane a chiedere espressamente che si parlasse di sicurezza. Hanno detto che questa città è bellissima e che non capiscono il motivo per cui la sera non possano uscire, viversi questa bella realtà, senza timori. Ecco, questo mi ha impressionato moltissimo. Prato è in una situazione molto precaria dal punto di vista della sicurezza. Non voglio drammatizzare però piazza Ciardi nella quale ogni giorno lavoro, è al confine della vivibilità. Per questo credo che pensare di indebolire, con tagli o accorpamenti, la Questura e gli altri organismi preposti all'controllo del territorio, sarebbe scellerato. E lo è perché la sicurezza e la precondizione per lo sviluppo economico. Dunque, se si può discutere se depotenziare sul territorio certi enti per certi altri non c'è discussione».
E questo vale anche per le Prefetture?
«Le Prefetture sono le istituzioni più tradizionalmente legate alle Province e se queste vengono eliminata l'altra entra in discussione di per sé. Premetto, un'altra volta, che ho conosciuto tutti prefetti che si sono avvicendati a Prato e tutti si sono battuti per rendere più sicura e miglior la nostra società. E' anche vero però che la Prefettura in quanto tale non è una frontiera per la quale battersi. La frontiera è la Questura, gli altri presidi delle forze dell'ordine. Ma a queste vorrei però anche aggiungere il tribunale decisamente sottodimensionato e con un organico calcolato in modo totalmente inadeguato rispetto alle necessità. E' calcolo è stato fatto su numeri astratti ma i numeri concreti sono quelli che contano: la grande collettività cinese, il problema dell'emersione del lavoro nero. Sono anche queste le specificità di Prato e che avrebbero bisogno di tribunale forte che invece non c'è».
Per tornare agli accorpamenti, secondo lei il risparmio è effettivo?
«E’ da dimostrare. Fino a prova contraria sì. Ma di certo è questione da fare nella massima trasparenza. Non mi schiero con chi va in trincea ma vorrei comunque sapere quali vantaggi otteniamo e quali risparmi con il taglio di enti e istituzioni. Un governo all'altezza della situazione ha il dovere di presentare i numeri e di dimostrare i risparmi. Dopodichè si dà la possibilità ai cittadini e ai rappresentanti delle isituzioni di discutere».
Professore, Prato deve andare con Pistoia o con Firenze?
«Bisogna fare una differenziazione. Se parliamo di accorpamenti per via amministrativa come quelli che si configurano al momento, senza indirizzi politici ma sui numeri, con ragionamenti semplici, Prato deve guardare verso Pistoia. Per ragioni di pura contiguità, di risparmio. Se invece l'accorpamento avviene per via politica, è indubbio che la direzione deve essere quella opposta, verso Firenze. Per Prato questo è un problema da sempre. Firenze è proiettata su un'area metropolitana che ha gli stessi confini dell'ex provincia ed è stata opera di puro trasformismo. Se invece questa partita fosse stata davvero condotta dalle classi politiche, si sarebbe potuto parlare della possibilità di un'area vasta della toscana centrale, di un'area metropolitana che partiva da Montemurlo per terminare dalla parte opposta di Firenze, verso il Valdarno. Ed è quello che avrebbero voluto le imprese, per il semplice motivo che le infrastrutture scorrono su quella direttrice: da Pistoia, attraverso Prato e poi Firenze».
Eppure sono state fatte barricate affinchè Prato mantenesse la propria autonomia?
«E così alla fine non ha vinto nessuno: tutti coi soldati sui propri confini. Non c’è stata la volontà politica di prendersi il rischio, di un'assunzione di responsabilità. Certo, per dire che c'è bisogno di allearsi con i fiorentini ci vuole coraggio ma questa era la cosa da fare. Mi verrebbe da dire che è proprio la realtà a imporre questo passo. Faccio l'ultimo esempio: al Pin avevamo borsista giapponese, era riuscito a vincere una borsa di studio ambitissima ma venne assegnato al Pin di Prato e non a Firenze. All'inizio era infuriato ma quando si presentò da me mi disse che sciocchezza era quella di parlare di Prato o Firenze visto che era tutta la stessa città. Questo per dire che a noi, che siamo un po' provinciali, appaiono diversissime, ma uno straniero percepisce un tutto unitario. Ci sembra che all'Osmannoro ci siano confini insuperabili ma invece non ci sono».
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