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L’AVVENTURA DI UN OGGETTO SPECIALE
La storia del sacro cingolo è tormentata e avventurosa come si conviene a un autentico tesoro. E forse è giusto così: è davvero un tesoro, almeno dal punto di vista storico e culturale, e come...
La storia del sacro cingolo è tormentata e avventurosa come si conviene a un autentico tesoro. E forse è giusto così: è davvero un tesoro, almeno dal punto di vista storico e culturale, e come importanza per il legame profondo che questo oggetto speciale ha con un’intera comunità. Ecco - grazie alla documentazione del sito web della diocesi di Prato - alcune delle ragioni che contraddistinguono questa lunga avventura attraverso i secoli.
Quando la Madonna la lanciò a San Tommaso. «La Storia della Cintola trae origine da antiche tradizioni del V-VI secolo; vi si narra che un angelo annunciò alla Vergine la morte, tre giorni prima dell'evento, e subito portò presso di lei da località diverse, prodigiosamente, tutti gli apostoli, escluso san Tommaso. Essi assistettero la Vergine fino al suo trapasso, quindi ne trasportarono il corpo nella valle di Giosafat e lo posero in un sepolcro chiuso da una grossa pietra. Subito dopo gli apostoli furono accecati da una forte luce, e nello stesso momento san Tommaso venne portato prodigiosamente dall’India sul Monte degli Ulivi. Di qui egli vide, dentro una luminosissima nube, la Vergine che veniva assunta in Cielo: la invocò e la Madonna gli gettò la propria cintura, in segno di benevolenza e a testimonianza dell’evento miracoloso».
Quando la conservavano a fianco dell’altare. «I documenti attestano che, almeno dalla metà del Duecento, il sacro Cingolo era conservato di fianco all'altar maggiore (in un apposito altare, almeno dal 1292)».
Quando il Comune aveva parte delle chiavi. «Le ostensioni pubbliche della reliquia erano regolate dagli Statuti del Comune (al quale spettavano parte delle chiavi necessarie per estrarla dall'altare)».
Quando tagliarono le mani e bruciarono Musciattino. «Nel 1312 ebbe luogo un tentativo di furto della reliquia, ad opera di Giovanni di Landetto detto Musciattino, che fu duramente punito col taglio delle mani e il rogo, sul Bisenzio».
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