Sicurezza
«Siamo qui per dire ancora: viva la libertà»
Le istituzioni hanno consegnato nel salone consiliare un riconoscimento ai 21 partigiani ancora in vita: ecco le storie
PRATO. Sono passati 71 anni dalla liberazione dell'occupazione nazifascista, ma per i partigiani che hanno contribuito alla nascita della Repubblica i ricordi restano limpidi e l'emozione nel raccontare la loro storia ancora molto forte. A Prato ne sono rimasti ventuno, che sono stati premiati dal sindaco Matteo Biffoni con una pergamena disegnata da Gilberto Tozzi. Qualcuno fa fatica a muoversi, altri hanno mantenuto l'agilità, tutti però si sono commossi nel tornare indietro nel tempo, nel rivivere quegli attimi che hanno contribuito a cambiare la storia.
«Arrivammo a Prato, davanti al Fabbricone, tutti in fila, io ero al secondo posto – ricorda Fiorello Fabbri che al tempo aveva 17 anni – improvvisamente i tedeschi iniziarono a sparare, quello davanti a me cadde. Un proiettile gli trapassò la testa, mentre il ragazzo che si trovava dietro a me venne colpito ad una gamba. Zoppicava e perdeva tanto sangue, me lo caricai in spalla, i tedeschi sparavano sempre, le pallottole mi passavano a pochi centimetri, nonostante tutto riuscii ad arrivare in via Bologna dove misi al sicuro il mio compagno. Da lì è nata un' amicizia che è durata tutta la vita, lui è andato a vivere in Brasile, dove ha studiato ed è diventato viceministro. Spesso tornava in Italia per venirmi a trovare, è morto da qualche anno». Non solo ricordi, ma anche un appello a non dimenticare. «Il nostro compito ora è di tenere viva la memoria di queste battaglie, incontrando i ragazzi nelle scuole per raccontargli la nostra esperienza, per farli riflettere e tramandare i valori fondamentali. Ho notato che le nuove generazioni sono sempre interessati alle nostre storie e questo naturalmente è un fatto positivo». Franco Lognoli, invece, non ha potuto entrare nei partigiani, al tempo aveva quindici anni, ma ha contribuito lo stesso nella lotta contro l'esercito in ritirata. «Ero sfollato a Reggello dalla nonna che abitava in una casa al confine con il bosco, ogni giorno vedevo i partigiani passare, erano affamati e stremati, insieme ad un mio amico iniziai a cercare per loro del cibo, mi conquistai la loro fiducia e così la sera mi lasciavano il tascapane vuoto e io lo riempivo per il giorno dopo. Rimasi folgorato da quello che facevano, così chiesi di entrare a far parte della brigata, ma non ci fu modo di convincerli, sarebbe bastato un anno in più , ma purtroppo io non lo avevo. Così venni preso dai tedeschi e fui costretto a cucinare per loro. Al mio ritorno Roberto Castellani mi regalò il suo fazzoletto, quello che ancor oggi porto al collo».
Giacomo Milloni al tempo aveva soltanto diciotto anni. «Nessuno mi ha obbligato, è stata una scelta di cui non mi sono mai pentito. Insieme alla mia brigata, la Storai, siamo riusciti a sequestrare ai tedeschi 37 moschetti e alcune bombe che poi abbiamo riutilizzato, ero coetaneo dei martiri di Figline. Il ricordo più vivo che ho però è la marcia sul Falterone con meno venti gradi, eppure siamo riusciti a sopravvivere e oggi siamo nel salone consigliare per dire ancora una volta: viva la libertà».
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