Sicurezza
Quel senso di impunità che fa male
Rabbia e impotenza: i sentimenti suscitati dalla notizia della fuga del giovane nordafricano arrestato dalla polizia municipale a Prato
PRATO. Rabbia, impotenza nei confronti del senso di impunità. Sono i sentimenti che ti prendono, e prendono i nostri lettori, di fronte alla notizia del giovane nordafricano che prima ha ferito un paio di vigili urbani e poi è riuscito a fuggire dal Comando della polizia municipale mentre lo accompagnavano all’ambulanza che avrebbe dovuto riportarlo in ospedale per sedarlo. Qualcuno se la prende anche coi vigili urbani, che non dovevano lasciarselo scappare, e certamente non tutto ha funzionato alla perfezione nel trasferimento, ma chi butta la croce addosso alla Municipale avrebbe dovuto vedere con quanta violenza l’arrestato si è scagliato contro gli agenti prima dell’arresto. E considerare anche che in queste settimane la polizia municipale, non a Prato ma in altre province d’Italia, è stata accusata di aver usato maniere troppo forti in questo tipo di controlli e dunque si muove con circospezione.
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Quello che più colpisce in questa storia, semmai, è la protervia con la quale un giovane uomo in Italia da tempo, ma senza un nome e una residenza ufficiale, dopo aver creato il panico nel salotto buono di una città, non accetti di passare nemmeno una notte in cella. Perché è questo, quasi certamente in base all’esperienza, quello che gli sarebbe accaduto: la convalida dell’arresto e il ritorno a casa con l’obbligo di firma. Lui che aspetta un figlio da una donna italiana non è certo in cima alla lista dei pochissimi che verranno espulsi, nonostante ce la metta tutta per ottenere questo risultato.
Colpisce, ma questa non è una novità, anche la sproporzione tra l’impegno richiesto alla polizia municipale per assicurare alla giustizia un soggetto pericoloso e i risultati concreti che poi si ottengono (come detto, spesso un passaggio davanti al giudice e l’obbligo di firma o al più gli arresti domiciliari).
Un senso di impotenza amplificato ieri da un’altra notizia che sembra fatta apposta per confermare i luoghi comuni sui giovani immigrati nordafricani: la storia del ventenne marocchino che prima ha dato fuoco alla porta dell’abitazione dove vivono due connazionali che non lo volevano ospitare per la notte e poi, come se nulla fosse, è andato a rubare in una casa lasciata incustodita a poche centinaia di metri di distanza. Come se immaginasse che non lo avrebbero cercato, come se si sentisse padrone di un territorio, di una città alla quale invece ha chiesto accoglienza.
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