Lutto
"Sono dannosi, fateci ammazzare più cinghiali"
I cacciatori e i contadini premono sulla Regione e sull'Ispra. E la Provincia di Prato escogita un sistema per aggirare il veto agli abbattimenti
PRATO. Di incidenti stradali ne provocano relativamente pochi, ma di danni ne fanno parecchi, a sentire i contadini e i pensionati che fanno l’orto in Valbisenzio. Stiamo parlando dei cinghiali, finiti sotto i riflettori dell’attualità in questi giorni per un’aggressione mortale in Sicilia e due incidenti, anche questi mortali, in Abruzzo e in provincia di Pisa. Nessuno dice che siano cattivi, i cinghiali, ma molti vorrebbero limitarne drasticamente il numero e hanno colto la palla al balzo per chiedere misure che la Regione Toscana si appresta a prendere, se è vero che il neo assessore all’agricoltura, Marco Remaschi, annuncia di voler dimezzare gli ungulati.
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.11965850:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2015/08/21/news/la-regione-vuole-abbattere-250mila-cinghiali-in-due-anni-1.11965850]]
I numeri. Per affrontare il problema conviene partire dai numeri. Nessuno sa quanti siano i cinghiali in provincia di Prato. Si sa però quanti ne ammazzano ogni anno. Nel 2014 sono stati ufficialmente 1.200, quasi quattro al giorno in media, una cifra impressionante per i non addetti ai lavori. Il piano di abbattimento stabilito dall’Ambito territoriale di caccia, l’autorità che regola la materia, era di 960 e dunque si è andati un po’ oltre. Eppure i cacciatori affermano che i cinghiali continuano ad aumentare. Sono molto prolifici ed evidentemente si trovano bene in Valbisenzio, ma anche sul Montalbano. E mentre i cinghiali aumentano, i cacciatori diminuiscono, in media del 3-4% all’anno in provincia, anche se i cinghialai sono stabili. Le squadre ufficiali che danno la caccia ai cinghiali sono una decina, una a Carmignano, una a Montemurlo e 7-8 in Valbisenzio. Ma che fine fanno questi 1.200 cinghiali uccisi? Ufficialmente vengono spartiti tra i cacciatori e i loro parenti, ma non è escluso che una parte finisca in una delle tante sagre. A Firenze, dove ne ammazzano molti di più, hanno fatto un consorzio per il trattamento delle carni e hanno un vero e proprio macello. A Prato le cose vengono fatte in maniera più artigianale.
Gli incidenti. Per restare all’attualità, gli incidenti stradali segnalati all’ufficio legale della Provincia oscillano tra i 10 e i 15 all’anno. Solo due o tre di questi vedono coinvolti cinghiali e nessuno di recente con conseguenze gravi per gli automobilisti.
[[atex:gelocal:il-tirreno:pontedera:1.11959681:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/pontedera/2015/08/20/news/investe-un-cinghiale-e-si-ribalta-con-l-auto-morto-1.11959681]]
I danni ai campi. Discorso diverso per i danni all’agricoltura e al territorio, che secondo Maurizio Fantini, direttore di Coldiretti a Lucca e titolare di un’azienda agricola a Vaiano, sono ingenti. «C’è un problema per le coltivazioni - spiega Fantini - ma anche un problema di dissesto idrogeologico. I cinghiali rompono i muretti a secco e con questo perdiamo un patrimonio inestimabile, costruito nel tempo. Spostano le pietre, scavano, riempiono i fossetti. Poi ci sono i danni alle colture». Che ufficialmente sono risibili: solo tremila euro l’anno scorso denunciati in provincia di Prato. Ma questo si spiega anche col fatto che a richiedere i danni possono essere solo le aziende agricole che hanno una partita Iva. Tutti quelli che si limitano a fare l’orto non li possono richiedere, e gli addetti ai lavori dicono che sono loro quelli che sopportano i costi maggiori dell’invadenza dei cinghiali. «Il problema va risolto alla radice col contenimento del numero degli ungulati - sostiene Fantini - Bisogna abbatterli, non ci sono altre soluzioni. La cattura è impraticabile, anche per i costi». Nella zona dove c’è l’azienda agricola di Fantini i cinghiali non si possono abbattere perché c’è una zona di ripopolamento e cattura e si preferisce non dare fastidio a fagiani e lepri, di cui ci sono pochi esemplari.
Braccio di ferro con l’Ispra. Qui sta il nocciolo della questione. Quando gli agricoltori o gli enti locali chiedono un piano di abbattimento dei cinghiali devono passare sotto le forche caudine dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, un ente ministeriale che ha sede in Emilia, e il cui parere dovrebbe essere consultivo. «In realtà è diventato vincolante - spiega Emanuele Pacini, consigliere provinciale e rappresentante di Prato nell’Ambito territoriale di caccia di Firenze-Prato - da quando una sentenza della magistratura a Firenze si è pronunciato sulla caccia nelle aree non vocate. Dentro queste aree si può fare la battuta con la squadra dei cinghialai, fuori l’Ispra indica modalità di abbattimento non incisive». In teoria il cacciatore singolo dovrebbe aspettare il passaggio del cinghiale oppure le squadre dovrebbero essere limitate a sei o sette cacciatori. Una follia, per i cinghialai. Per questo l’Atc di Firenze-Prato sta facendo pressioni sulla Regione perché a sua volta faccia pressioni sull’Ispra. «Non possono imporre regole uguali in tutta Italia - dice Pacini - Sulle colline della Valbisenzio come nelle pianure del Lazio».
La controffensiva. Per aggirare quello che i cacciatori e la Provincia considerano un muro di gomma, il consigliere Pacini ha trovato una specie di uovo di Colombo: trasformare le Zone di ripopolamento e cattura (Zrc), sottoposte al parere dell’Ispra, in Zone di rispetto venatorio (Zrv). In queste ultime si potrà cacciare il cinghiale in battuta, con la squadra dei cinghialai e alcune decine di partecipanti. Di Zrc in provincia di Prato ce ne sono sei, due in Valbisenzio, due a Montemurlo, una Carmignano e una a Prato (Filettole). Nella prossima seduta del consiglio provinciale, a settembre, l’iter, che è già stato approvato dalla Consulta provinciale della caccia, verrà concluso e l’ostacolo verrà aggirato.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
