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Tra le pecore nere della regione c’è anche Prato

Tra le pecore nere della regione c’è anche Prato

Secondo le ultime pagelle della Scuola Sant’Anna di Pisa le liste di attesa sono più lunghe solo a Livorno ed Empoli

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PRATO. L’ultima pagella compilata dal Laboratorio management e sanità della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa sullo stato di salute delle Asl toscane nel mese di giugno scorso, dedica ampio spazio all’annoso problema delle liste di attesa. E non poteva mancare Prato, dove i ritardi in alcune visite specialistiche rappresentano proprio una delle note dolenti: per l’Asl, ma dolente soprattutto per i cittadini.

Per un elenco di sette visite specialistiche la Regione si era impegnata a garantire l’appuntamento entro 15 giorni dalla richiesta. Ma il risultato non è stato raggiunto. A Prato nel 2014 è successo nel 32,11% dei casi, dunque due volte su tre il paziente ha dovuto aspettare un periodo superiore ai 15 giorni. Si tratta della percentuale di prime visite specialistiche prenotate entro 15 giorni e prestazioni diagnostiche prenotate entro 30 giorni. La media regionale è molto più alta: 42,40%. Consola poco il fatto che Prato sia in buona compagnia: a Livorno la percentuale delle visite che rispettano i tempi crolla al 23,85%, a Empoli al 29,58%. Il dato negativo è che si nota un peggioramento rispetto al 2013, quando a Prato la percentuale di visite prenotate in tempo era del 38,2%: sei punti percentuali di peggioramento non sono pochi. Troppo presto per conoscere la situazione dei primi mesi del 2015, ma a giudicare dagli elenchi publicati settimanalmente sul sito internet dell’Asl 4, non sembra che la situazione sia cambiata molto.

Rimborsi solo per pochi. Una delibera regionale prevede un bonus di 25 euro per un elenco di sette prestazioni erogate oltre i 15 giorni, ma molti cittadini, anzi moltissimi, non lo sanno. L’Asl non chiama certo gli interessati per ricordarlo. In compenso, pretende ogni anno il pagamento del ticket da chi fissa l’appuntamento e non si presenta. Una differenza notevole, come evidenziano i dati forniti dall’Asl e pubblicati dal Tirreno alcuni mesi fa. Per rendersi conto della sproporzione fra privato dare e pubblico avere, basta dare un’occhiata alle cifre. Nel 2014 sono state inviate dall’Asl 13.134 lettere in cui si chiede il ticket a chi non si è presentato e nello stesso periodo sono stati pagati 45 bonus a chi ha avuto la visita in ritardo. Cifre simili negli altri anni: nel 2012 furono inviate 14.688 lettere di “malum” e pagati 27 “bonus”; nel 2013 (solo in 8 mesi) 8.756 malum e 31 bonus. Nel 2015, fino a giugno, siamo a 4.300 malum e 12 bonus. Una sproporzione enorme fra dare e avere: per un bonus pagato nel 2014 ci sono 292 persone a cui è stato chiesto di pagare il ticket, per un bonus nel 2012, ci sono stati 544 malum.

L’operatore del Cup non è tenuto ad avvertire. Se s’incrociano i dati sui ritardi delle visite e prestazioni fornite dall’Asl pubblicati dalla Scuola superiore Sant’Anna, con quelli dei rimborsi, sembra quasi che ci si trovi di fronte a una bella ingiustizia della sanità pubblica inefficiente, ma pretenziosa. In realtà la delibera del 2006 che fissava i tempi massimi delle prestazioni, oltre i quali i cittadini hanno diritto al rimborso, rende non obbligatorio da parte dell’azienda sanitaria il comunicare ai cittadini il loro diritto a ottenere il rimborso del ticket già versato.

L’operatore del Centro unico prenotazione (Cup) quando fissa una visita oltre i tempi previsti (per esempio tre, quattro, cinque mesi dopo) non è tenuto ad avvertire l’utente che ha la possibilità di ottenere il rimborso del ticket, cioé di eseguire quella visita in grave ritardo, ma almeno gratuitamente. (f.a.)

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